SP #7: Mr. Rossi




Gianluca Rossi.

A Man & His Machines.



N'amico mio che fa 'a guardia pe vvive me racconta sta storia l'artro ggiorno.


 Stava annà a  casa de sta signora anzianotta pe' 'n sopralluogo.
 Mentre stava a trafficà tra 'e carte e i documenti ns'accorge che ce stava pure 'n porto d'armi, registrato a nome daa signora? Che ce faceva na nonna de ottantadu' anni cor porto d'armi?

Per cui je fa: "Signò, ma qua cia 'r porto d'armi? Ma che c’ha armi dentr’a ‘stappartamento?"
E 'a signora: "Eh in realtà sì, tengo una calibro 44 nell'armadio a muro. Non si preoccupi, è tutto regolarmente registrato".

Quarcosa ner tono daa voce nu  lo convinceva, per cui je chiede: "Semo sicuri che è tutto qua?"
E 'a signora: "Le devo dire la verità, ho anche un revolver nel cassetto del comodino".

Ma ancora nu je’a faceva a credeje: "Nient'artro quindi?"
E 'a signora: "In effetti no, avrei anche una semiautomatica nella credenza in salotto".

E l'amico mio je domanna: "Signò ma che ce fa co tutte st’ armi? De che cià così tanta paura?".
E 'a signora lo guarda dritto nell'occhi e je fa: "Popo de 'n cazzo, fio mio".


~ ~ ~

Sicché, eccoci qua. 

L'afa quasi non fa respirare, ma ogni motivo per uscire di casa è buono. 
Se poi si tratta di andare a trovare un amico e fare due foto ai suoi splendidi mezzi, ancora meglio.

Gianluca Rossi è una delle persone più oneste, cordiali e alla mano che si possano incontrare a Roma. Unisce alla sua simpatia un ottimo gusto per veicoli grintosi..insomma è uno dei buoni.

Quando si tratta di andare su due ruote, Gianluca può contare su nientepopodimeno che su un palatesta, cucinato in salsa wasabi.


La mano dietro questo gioiello è quella del già citato Lorenzo Consigli, che fra i meccanici underground di Roma è tra i migliori, e forse colui che ha meglio recepito le istanze di ignoranza e classe provenienti dalla Terra del Sol Levante.


La base di questo mezzo terrificante è un FLH del 1981, già 1340 (cilindrata leggendaria della Harley Davidson), ma ancora motorizzata Shovelhead, a detta di molti l'ultimo "vero" (virgolette dovute, qui non siamo talebani) motore ad equipaggiare le nostre schifezze di moto. 

Com'è come non è, è innegabile il carattere, la bellezza, il groove che una motrice come questa può dare ad una motocicletta.


Fra le cose stock a rimanere dell'Electra, ci sono le due gigantesche ruote a razze da 16", che con due gommoni vintage della Firestone danno un aspetto stracciasfalto al mezzo! 

Il telaio viene snellito tagliando i fender dietro. La targa è laterale ed illuminata da un ignoto faretto vintage, il parafango originale viene spodestato da quello che ormai è diventato un must del jap-style: il bobtail accorciato e sparato con insolenza all'insù alleggerisce non di poco il culone di questo chopperoid.


Anche davanti viene conservato il cerchione di serie, così come la splendida forcella idraulica, condita di nacelle e bicchieri e pure posate: se c'è stato un capolavoro dopo la springer, è proprio la forcella dell'FLH, a modesto parere mio.

Il faro di serie viene fatto fuori, al suo posto entra un bellissimo faretto d'epoca, anche questo ignoto (almeno per me). 



Sull'altro lato, l'estetica dello shovel fa da padrona: lo scarico è minimale, reca i segni del trattamento ceramico bianco. L'accensione solo kick ha il pedale vintage di serie.


Ad assicurare il manubrio alle piastre sono due classici riser dogbones in ottone, che riprendono le levette e comandi KustomTech sul manubrio.
E il manubrio...il manubrio è il "wrist-twister", il più bello ed "inaccessibile" dei manubri jap. Parola del Gianluca: se lo guida per Roma, se pò ffà.

Il serbaTROIO è un wassell, montato a filo del trave superiore, con una verniciatura "sottotono" che non fa che aumentare la cattiveria di questa brutale bestia.



Provate a fermare una di queste due sled..


L'avantreno di questa motocicletta ricorda da vicino il perfetto stile che i Basara MC hanno reso famoso in tutto il mondo, anche grazie a foto come questa, di Cherry-san che tarrella su chissà quale strada del Giappone...





La scritta dietro è realizzata a mano, velocemente. Un ottimo deterrente visivo.






Il filtro aria bird deflector, con engraving artigianale, è opera sempre del Consigli, montato sul carburetore di serie, un Keihin a farfalla.




Ma quant'è bello sto motore?


Anche il serbatoio dell'olio è rimasto quello di serie.


Il peanut tunnel alto è montato "frisco", più avanti sul telaio si possono ancora vedere gli attacchi per il serbatoio fat bob con cui l'elettrona usciva dalla fabbrica.



Primaria a cinghia scoperta. Occhio ai piedi...


E' proprio una pala! Precisa 'ntifica!


La sella è realizzata a mano, segue il profilo del parafanghino. Sullo sfondo un altro mezzo decristo...ma andiamo con ordine.



"Bastardi, m'han staccato la pipètta..." cit. Pino dei Palazzi


Cos'è che mi prende al cuore, quando vedo un giardino ben tenuto?


 Forse la stessa cosa che mi prende quando vedo una motocicletta così...quanto ci starebbe bene un bel tiki sul prato?

Tipo quelli disegnati da Doug Horne..


...o da Brad Parker.


Gianluca occhi di ghiaccio.


E non è finita qui...cosa spunta lì dietro, in mezzo al fogliame ed alla fitta vegetazione?


L'altro kustomonumento della giornata è questo: una strepitosa Ford Shoebox del '50. Forse vi ricordate che ve l'avevo promesso, nella presentazione di questo 'zine online a puntate.




La macchina ha una storia illustre: arriva dalle mani di Cosmo, uno dei membri dei Rumblers CC (uno dei club di kustom car più attivi e prestigiosi al mondo).




Da quando è arrivata in casa Rossi, la macchina ha subito qualche intervento, soprattutto estetico: forse vi ricorderete che nelle prime foto che avevo postato qualche mese fa la macchina era verniciata di nero, con un pinstriping rosso e oro su cofano davanti e dietro.


Gianluca l'ha rifatta in grigio topo, che possibilmente rende la macchina ancora più suggestiva e malefica. 
Il grigio è un colore poco usato ma molto efficace, ed è uno dei suoi colori preferiti: se notate, è anche sulle guance del serbatoio dello Shovel.


Sembra uscita direttamente dalle strade del Tennessee, dove nacque per primo il fenomeno hot-rod negli anni '30 del Novecento, per mano dei contrabbandieri di moonshine durante il proibizionismo.


Un fenomeno che poi si allargò e assunse i tratti più propriamente kustom e weird alla fine degli anni '50-inizio anni '60, grazie a personalità come Ed Roth, George Barris, Larry Watson e tanti altri...ma film come "Thunder Road" con quel gran pezzo d'uomo di Robert Mitchum possono aiutare a dare una prima collocazione storica al fenomeno.





Tra le aggiunte anche classici whitewall e ring cromati sul cerchione nero.



Il taglio basso del fender posteriore accentua la cattiveria e il carattere vagamente lead-sled.


Gli interni sono pressoché originali, conservati dal '50, tranne alcune piccole chicche, come il pomello del cambio o l'Elvis volante, trovato al Kustom Weekend di Figline Valdarno dove la macchina ha "debuttato".


I sedili sono in splendida pelle bianca, con finiture a diamante e bottoni cromati.






Elvis è un contributo al kustom almeno quanto il pinstriping sul cruscotto.



Il top-chop ha reso l'abitacolo molto basso, anche un po' inaccessibile, almeno a quelli sopra il metro e 80. Ma ci si sta comunque.




Il motore è l'originale Flathead V8, un pezzo di storia.



Non si può non ammirare Gianluca, per molti motivi, ma anche perché negli anni ha seguito la sua passione, fino ad avere due mezzi unici di cui va fierissimo. 

E nella piccola oasi che si è creato nel suo splendido giardino, sembra di essere in un posto senza tempo, lontano da qui, magari in un backyard di qualche fanatico del kustom nella lontana California, fra le palme ed il sole.



Come ultima cosa, gli chiedo di farmi sentire la moto accesa. L'ho vista in funzione soltanto una volta: posso giurare che vista rotolare per strada è una cosa pazzesca. Con la gomma dietro sverniciata di bianco dà un effetto "cavalletta"...non so spiegare, dovreste vederlo.


Va dentro a prendere le chiavi e si accinge a calciare in vita la bestia, in infradito. Contate anche che lo Shovel è stata solo la sua seconda moto: ha dovuto imparare tutto o quasi su un ferro del genere, compresa la cerimonia d'accensione.



Mi spiega la procedura, o meglio il rituale: tre o quattro kick a quadro spento; poi si accende il quadro, due cicchetti di gas, aria aperta e al secondo kick prende vita.


D'inverno, col freddo e l'umidità, non soffre manco più di tanto: basta accenderla ogni due tre giorni e stai a posto.



Che dire? Quando la senti accesa capisci il senso dell'adesivo
Maybe Loud Pipes Really Do Save Lives.



Dunque c'è un senso quando montiamo scarichi allucinanti, e leviamo tutto il superfluo dalle moto, serbatoi piccoli, manubri alti, ruote anoressiche e parafanghi inesistenti . Quando fracassiamo i timpani nostri e degli altri.
"I problemi della vita non grideranno mai più forte del suono di scarichi urlanti".

School. 

E mo' vado a casa a farmi un BOOO BO BOBBO BOLARETTOOO


Grazie a Gianluca, Stefano per la traduzione, Han Solo per aver sparato per primo.