SP #12: Dino


A volte le migliori storie si incontrano per caso.


E' una calma domenica di aprile sulle rive del lago di Bracciano. 
Fa caldo, tutto è in fiore e ogni cosa cospira contro gli allergici.

E' in quel momento che a squarciare la falsa e brulicante quiete delle sponde, arriva Dino, in sella ad un robusto e incattivito PanShovel, dal minimo cantilenante e sommesso.


Affascinato dall'aura di storia vissuta e di prontezza all'azione che questa motocicletta emana, non riesco a non rompere le palle al proprietario, un discreto signore sulla settantina, così gentile da raccontarmi la storia della moto, e un po' di sé.


Dino acquista questa motocicletta verso gli inizi degli anni '80, e nel corso del tempo subisce varie modifiche e trasformazioni per renderla più affidabile ed adatta ad un uso intenso e funzionale.


A spingere la moto ci pensa un Early Shovel del 1967, a cui Dino modifica l'impianto di lubrificazione dell'olio, che ora permette una lubrificazione separata delle teste.


Il telaio è di una FXE, la SuperGlide, del 1973. Venendo da un rigido, per Dino il telaio ammortizzato è un toccasana.


Il cambio viene mantenuto originale, a 4 marce, mentre la cover della primaria viene sostituita con la celebre "diamond", che richiama le vecchie cover di knuck e pan. Dino fa in modo che resti molto "stretta", optando per una primaria a cinghia. 


La prima volta che vidi la diamond cover fu su questa stripped Hydra Glide, nella leggendaria foto di Danny Lyon.



La forcella è quella di un Super Glide successivo rispetto all'anno del telaio, che consente l'alloggiamento del doppio disco. La maneggevolezza della moto viene migliorata accorciando e abbassando la forcella, adottando una doppia pinza Brembo al posto dell'originale e pesantissimo bananone dei vecchi Shovel, e con uno stretto dragbar che dà un'impostazione abbastanza piratesca alla guida.


A contribuire all'impressione corsaiola/caffettiera del mezzo c'è il clamoroso serbatoio, derivante dalla rara e venerata café racer prodotta dalla MoCo, l'Ironhead XLCR, prodotta in meno di 4000 esemplari fra il 1977 ed il 1979.





"Sgancio rapido" di derivazione pistaiola?


Ecco l' XLCR, come usciva cazzuta e nervosa da mamma Harley. 


Se siete ignoranti come me, vi riuscirà familiare perché ne avrete vista una simile nel film Black Rain (1989), in cui Michael Douglas guida uno Sportster Evo con un kit realizzato da Tracy Fairings, una carenatura in pezzo unico fatta per assomigliare proprio a questo gioiello.


Prima di trovare la quadratura del cerchio con l'avantreno, Dino ci ha messo un po'. Partito con un classico buckhorn e forcella lunghezza stock, piano piano, attraverso vari step, si è sempre più abbassato verso il davanti, arrivando a montare un drag bar strettissimo poi allungato per una migliore presa, per evitare orribili sbacchettamenti.


Nonostante mi renda conto di essere un rompic*zzo, a Dino sembra far piacere parlare di come prese questa sua moto con un'idea già in testa, quella di un mezzo per ogni giorno, affidabile, all'occorrenza capace di sobbarcarsi viaggi e lunghe trasferte.


"Quando la presi già ce l'avevo in testa", ci racconta, "ci ho messo un po' ma ho fatto tutto da me. Sul portapacchi dietro ci metto pure le borse della spesa", sorride Dino.



Mentre dà un'occhiata alla mia, che ora monta barre rigide, si lascia andare ad un ricordo. "Bella tosta eh rigida? Lo so bene, io guidavo un rigido negli anni '70".


Alla mia curiosità su questo argomento, Dino risponde di aver posseduto nientedimeno che un Knucklehead all'inizio degli anni '70, e sfodera una vecchia foto in bianco e nero del mezzo. "Quando la presi la modificai, in stile chopper. La vendetti poi alla fine degli anni '70, per qualcosa come un milione di vecchie lire.


So di essere ai limiti del feticismo, ma una foto come questa, e storie come la sua, scatenano in me una suggestione potente, mi sembra di essere davanti ad un oggetto parlante. 

Un'immagine che sa di vita vissuta, di primi eroici tempi, sicuramente diversi, forse più analogici, meno malmostosi di oggi. Non saprei, non l'ho vissuta, ma l'effetto che queste storie e queste motociclette costruite e guidate e vissute in quegli anni è innegabile, e sono molto riconoscente a Dino di aver gentilmente condiviso con noi parte della sua esperienza. 

In definitiva, questa serie a puntate, se mai ha avuto un senso, è proprio questo: quello di raccogliere immagini e storie di qualcosa che, adesso o a distanza di anni, riesce ancora a colpire e plasmare l'immaginazione (la mia perlomeno). Di conseguenza un grazie a Dino per averci raccontato qualche bella storia: la sua motocicletta non è stata comprata, ma costruita. Magari non la vedrete in giro ai raduni commerciali, non avrà quella patina tamarra che tanto va adesso, ma la sua bellezza viene dalla sapienza della quale l'accostamento dei suoi pezzi è il primo indizio, e dall'esperienza che con Dino in sella ha saputo accumulare.

E state pur certi che viene ed è stata guidata dappertutto, cosa che è il nocciolo della questione, l'alfa e l'omega di tutto, e qui a RPLF stimiamo più di ogni altra cosa.


E la cosa ancora più impressionante, è quando il giorno dopo ho modo di capire con chi ho parlato.

Scopro che Dino, il simpatico motociclista che vedete nella foto qua sopra, è stato uno dei pioneri del mondo Harley Davidson romano e italiano, uno dei primi a perpetuare e far suo l'immaginario di motociclette, chopper e vita che arrivava dalla lontana (allora lontanissima) California. 
Il suo nome, insieme a certi come Pietro Mazzacchera e altri, fa parte di quella storica prima leva di giovani che in tempi non sospetti (ben prima di internet, social network, nazismo vegan e BDSM - che forse esisteva già, ma la sigla esiste dal '91 stando a Wikipedia), già costruiva e guidava motociclette come questa, con buon gusto e tanto entusiasmo.
Persone su cui si potrebbe scrivere molto, e a cui si dovrebbe riconoscere parecchio.

E chiudo con questa foto, presa senza vergogna da qui, che ritrae il Mazzacchera e alcuni giovani romani (chissà che uno di loro non sia proprio Dino, francamente non riesco a vedere) in sella a motociclette spettacolari, probabilmente vicino la storica officina in via Panisperna.


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Ciù berimm uagliò.