Tängri



Che cosa ci faccio qui?




Il contatore del palazzo di fronte frinisce come un grillo impazzito. Dev'essere una grata messa male, una vite mezza lasca, qualcosa vibra e stride nel silenzio della nottata. Non riesco a dormire, sembra che sia l'unico nel condominio a cui fa questo effetto. Bah, tanto vale fare qualcosa di utile. Che questo che segue si qualifichi come utile è del tutto opinabile, perlomeno per voi.




 Avete presente quei giochetti che si fanno da bambini, quelli dove devi collegare i puntini, ed alla fine esce fuori una figura? Mi sa che avrei dovuto farne di più, perché ora ho una miriade di puntini davanti, tanti quanti gli incroci della zanzariera, e nessun indizio su cosa vadano a formare. So solo che quel qualcosa, in serate come queste, mi guarda in ritorno. E non sempre è una sensazione piacevole.


Quanta importanza hanno, mi chiedo, le montagne nella nostra vita. Sono fondamentali, teofaniche, anastrafate. Anastrafate...se riesci a pensarla è una parola no? Senza le montagne insomma non avremmo prospettiva, né epifanie. Che queste epifanie vadano poi interpretate, si spera correttamente, è la stessa abilità che si richiede ai collegatori di puntini. E come ho detto, è una delle tante cose in cui non sono proprio un fulmine di guerra.



Immagino vada a periodi, il bisogno di avere una casa. Troppo spesso mi ritrovo a pensare a quei momenti passati sul balcone di camera mia, un po' impaurito per quel bombo blu che andava a trombarsi le dracene con un ronzio soddisfatto.



Da lì guardavo solo ad occidente. La collina mi precludeva la vista della maggior parte dei tramonti, ma la luce riusciva comunque a tagliare il mare di sguincio. E mi ricordo, oh se mi ricordo, della montagna che vedevo sul mare. Nella luce della sera non era quasi niente di più di uno sbuffo bianco, forse una nuvola tardiva. A letto, la notte, ci ripensavo, e nel retro degli occhi chiusi il negativo di quell'immagine mostrava la sagoma definita di quello che volevo fosse un vulcano.



Uno dei miei sogni più inconfessabili è stato, per lungo tempo, che qualcuno cambiasse idea per me. Non su di me, ma per me. Che io valessi cioè la pena, per qualcuno, di cambiare idea, di tornare su suoi passi, di vincere il suo amor proprio. Di tornare indietro, se fosse andato via; di chiedermi di restare, se fossi andato via io. Ma non è mai successo, e in fondo è giusto così: non è corretto verso quel qualcuno, e nemmeno verso il cosmo, ed il fatto che io lo voglia fare non lo rende meno sbagliato. 
Si basa sull'errore di pensare che provare qualcosa per qualcuno, ti dia un diritto ad uno spiraglio sulla vita di quel qualcuno. E non è così. Non te lo dà. Nulla te lo dà, a parte ovviamente quel qualcuno. Si capisce che sto parlando di qualcuno?



Questo posto poi. Dio, questo posto. Questa ridicola e decrepita Orsenna. Dove sono le palme? Non sono rane quelle che sento gracidare la notte, ipnotiche e seducenti. Non c'è nemmeno il quieto e psichedelico bleep dell'assiolo, ad avvertirti della remota possibilità della metempsicosi. Solo un costante, martellante, allucinante sotterraneo rombo, di generatori, di sirene, di macchine, di vite che mi passano accanto, dietro, sopra, dappertutto. Dove andate, tutti quanti, così dinamici, così sul pezzo, sempre tirati a lucido? Cosa avete da fare, di così importante? Vi invidio, perché sembra che abbiate le idee chiare; o se fate finta, lo fate in modo egregio. Io, mi rendo conto proprio ora, ho ancora le stesse idee chiare di quando avevo dodici anni. A volte mi sorprendo io stesso di quanto siano ancora chiare; ma ho anche lo stesso sguardo credo, di sicuro la stessa vista a volte, il che ogni tanto mi porta a bere sul divano, alzarmi per andare a letto, e tirare una craniata sulla porta della camera, perché non mi ero accorto di averla chiusa.



Verrò lasciato indietro - succede da tempo, ma ancora non ci dormo la notte. Ve ne andrete tutti. Ve ne state già andando. E mi inaridisce, è una sensazione che mi dà del dolore fisico. 
A volte mi chiedo se c'entri qualcosa il fatto di aver smarrito quel peluche di Dumbo da piccolo, ma scaccio il ricordo concludendo che sia una presunzione disgustosa pensare che questo mi possa insegnare qualcosa sul distacco. Cosa che peraltro non mi impedisce, ogni volta che posso, di presumere disgustosamente, su qualsivoglia argomento. 





Ho studiato lingue perché non sapevo parlare, e pensavo che imparare a farlo in un altro idioma mi aiutasse a farlo nel mio. Va da sé che un'idea così idiota non poteva portare a buoni risultati, e infatti non l'ha fatto. Ancora mi incarto sulle parole, ancora è troppo familiare la sensazione di timor panico di fronte alla prestazione verbale. Parlare è quindi ostico; figuriamoci dire, effettivamente, qualcosa. Vesto la maschera di chi sa fare, sa capire, sa dire le parole giuste, con l'esatta postura, la corretta intonazione, la necessaria esperienza. Io non ho esperito. E' un po' lo stesso patetico dramma di quando da bambino vieni scelto nella squadra di calcio a ricreazione; non dici a nessuno che non sai giocare, ti limiti solo a sperare che nessuno tiri la palla nella tua direzione. Ancora nessuno sembra avermi notato, mi chiedo quanto andrà avanti. Ma alla fine immagino che arrivare così coglioni a quest'età non sia da tutti; è stata dura, ma ce l'ho fatta. Scriverò questo nel curriculum.



Le parole a volte mi colpiscono per la loro qualità musicale e nient'altro. Altre volte per il loro significato. Altre volte invece mi ci fisso e basta, indipendentemente da tutto. Le uso come intercalari, come risposte a domande serie; credo però non sia il massimo chiedermi qualcosa e sentirsi rispondere "gabagooli". Non che vi interessi in ogni caso quello che potrei dire, chiedete solo per cortesia, ma altrettanto cortese sarebbe rispondere in modo pertinente. 
Incolpo la scuola. E' il sistema, il metodo, le persone, persino i luoghi. Goddamit.


Due cose amo, posso usare questa parola senza timore, nella vita. Andare in moto, e ascoltare storie. Mi ricordo la sagoma nera di quel gigante buono illuminata dalla luce fuori dalla grotta, mentre era seduto sul mio letto. Ricordo la voce che aveva, i mondi che mi apriva, io che non dormivo, perché ascoltavo per ascoltare e non per dormire. Per dormire bastava la sua mano, così grande per la mia testa, così calda sui capelli mentre li accarezzava.



Continuano a ripetermi di relativizzare, di mettere sullo sfondo, e sono convinto sia davvero la cosa giusta da fare. So di non essere un rifugiato di guerra, di non lavorare in una miniera. Sarebbe ipocrita negare di essere la persona più fortunata che conosco, perché lo sono. Se accettiamo il relativismo, dobbiamo anche accettare purtroppo che certi fallimenti, certe parole non dette, certi capelli bianchi, rappresentano un po' un problema. Ma io voglio essere grato per quello che ho. Per quello che mi è stato dato. 
Non credo più tutto si riduca alla scelta fra contemplazione ed estetica. Fra illuminazione ed allucinazione. Sono confuso, lo so. Ma giuro, vi giuro che l'ho vista quell'altra strada, non ricordo dove né quando, ma era lì davanti a me.


Mi interrogo sempre più spesso, invano del resto, su cosa significhi quel sogno che feci tanti anni fa; questo forse un po' più confessabile. Il sogno più feroce che si possa fare. Disertore, scappavo dai miei commilitoni, nel fitto di una giungla nera chissà dove. Andavo incontro a quelli che credevo miei nemici, non perché volessi unirmi a loro, era solo la direzione che avevo in testa. La giungla era sempre più soffocante, sempre più buia. Sentivo le urla di animali invisibili, e il cuore mi risuonava nelle tempie come un tamburo. Arrivavo ad un'improvvisa radura, alle radici di un albero immenso, che sembrava reggere la volta del cielo. Ero braccato, chiuso, terrorizzato. Mi arrampico. Salgo, fra le liane ed il muschio del tronco, sporco di fango e di sangue non mio. Sento le voci dei cacciatori, le grida degli uccelli, le zampe degli insetti. Ed alla fine arrivo in cima, sulla chioma. E piango sentendo il vento sulla pelle. Brucia sulle ferite. Piango perché davanti a me, sotto di me, tutto intorno a me, è il resto del mondo. Riesco a vedere i continenti, e i mari come laghi, rischiarati dal sole nascente sulla guglia del mondo. Per la prima volta sentivo di avere un senso. Chissà che cazzo avevo mangiato la sera prima.


E mi vergogno e mi odio un po', perché non credo riuscirò mai a dirti quello che provo. Ho il terrore, vivo, atroce, di perderti. Di perdermi io, nell'incapacità di esprimermi. E nonostante tutto questo, non riesco più a starti vicino, perché mi fa un po' male pensare a quanto sei lontana in realtà. Pensare a quella conversazione mentre la pioggia andava e veniva; pensare alla distanza, l'unica che non riuscirò mai a coprire nella vita, quella fra me e gli altri. Pensare che una volta ti sei persino addormentata abbracciata a me.


Finalmente ho capito, son riuscito a identificare correttamente quella sensazione che provai l'unica volta in cui feci qualcosa che valesse la pena ricordare. Avevo raggiunto un luogo che desideravo e temevo al tempo stesso, e nella schizofrenia irrefrenabile di stati d'animo che attraversavo al mio trionfante arrivo da pezzente, c'era una nota stonata, qualcosa che non quadrava, che non riuscivo a piazzare. Somigliava in modo impressionante a quello che provi da bambino, quando rompi qualcosa in casa di valore affettivo - un vaso, una lampada antica. Chiedi scusa, sentendo veramente un vuoto dentro, la glaciale macchia della colpa, e niente si compara al sollievo che provi quanto tua mamma ti abbraccia, ti stringe, dicendoti che non è successo niente. Qualcosa di caldo si fonde dentro di te. Ecco cos'era che ho sentito lassù: mi sono sentito perdonato. Ero stato perdonato.



 Da allora percorro le strade, come ebbro, febbrile come quel giorno, per ritrovare quell'impressione. La cerco dappertutto, nei ritorni al tramonto, in frenetici giri su montagne e pianure, in bagni in mutande, in venti serali accolti come una liberazione. Ma niente. Zero. E la porta di casa si apre sempre su una luce blu, e il ronzio dei neon illuminati anche di notte, e sulla musica che lascio accesa, per dare l'impressione che io sia a casa, o qualcun altro. In sette anni che la lascio così, anche di sera, non ho mai sentito una protesta - ne deduco che i miei vicini siano sordi, o apprezzino particolarmente Springsteen.



Cos'è che voglio poi dalla vita, questa è una domanda da un filione di dollari. Cioè, la risposta lo è, la domanda di per sé è piuttosto comune e legittima. Una delle risposte più balorde che posso dare è che nella vita, tutto quello che abbia mai voluto, possa ricondursi al mio voler essere un flauto. E non uno qualsiasi. Conoscete la Pastorale? Ascoltate il terzo movimento. Sentite come l'orchestra si accorda, la musica si gonfia come una vela, e ad un certo punto il suono di quel flauto si stacca, come una bandiera. E' perfettamente, precisamente, cosmicamente in armonia col resto dell'orchestra, eppure è da solo, vibrante di una sua musica; sembra andare per la sua strada, eppure è in accordo luminoso con l'universo..sembra un aquilone fermo nel vento, vede cose che noi non vediamo, legato solo da un invisibile filo di stoffa alla terraferma. Ma senza volare così alto, mi accontenterei anche di essere il basso di Phil Lesh, nella jam che segue quella New Potato Caboose del '68: il discorso, per quanto comunque balordo, è lo stesso.



In altre parole, non mie, posso dire che quello che voglio non ha nome in alcuna lingua.



Essere più vicino. 


Non restare lontano. 


Consumarmi alla luce. 


Sentire con mano.



Oh belàn. Finalmente mi si chiudono gli occhi. Suppongo di dover ringraziare il contatore, se la mia mente stasera si scioglie dolcemente, senza quel familiare pungolo sotto al cuore. Che fa pure rima con contatore. Di collegare i puntini, non ne ho l'abilità, né la forza. Fatelo voi, ditemi cosa ne esce fuori. 



Ho il sospetto che somiglierà, stranamente, ad un vulcano.



Ditemi vi prego, che non sono il solo a vederlo.