SP #19: Lo Scorpione II



Alessio Gazzi.

Liberty needs no brakes.


La prima volta che sentii parlare di Alessio fu tramite le pagine di LowRide, uno dei giornali grazie ai quali ora mi posso permettere di tirarmela su un'Harley. 


L'articolo in questione titolava "Famme er ciopper", e su due pagine campeggiava la foto della Musaraña, uno Sportster su cui i ragazzi di Ardea avevano versato un po' di friccicore e psichedelia: manubrio in avanti curvato e sinuoso, combo 18/21, parafango a lama e barre rigide a torciglione.



Ma su tutto spiccava il serbatoio: un 12l era stato rivisto e ristretto con maestria da Andrea; Alessio aveva poi preso in mano la situazione: il risultato era un trionfo acido di forme e colori, come se Grace Slick e Jerry Garcia strafatti di muscimolo avessero fatto un figlio. Nello spazio. Mentre Ziggy Stardust riprendeva tutto.



Quella moto gira ancora fra i sampietrini di Roma (e non mi dispiacerebbe ritrovarla) e nonostante ne abbia perso le tracce, non ho mai dimenticato l'effetto che mi fece quella foto, e quella verniciatura. 



Salto in avanti di qualche anno: ho uno Sportster anch'io, un 12l anch'io, e mi metto in contatto con Lo Scorpione per una modifica al serbatoio con relativa verniciatura; nella mia mente doveva essere un blu Borboletta con accenti di Skull & Roses. Insomma un rebelotto allucinante. Che poi non se ne sia fatto più nulla va imputato alla mia nota scarsezza di volontà, ma sappiate che sarebbe venuto na ficata. Per farvi capire:



Questo era il blu Borboletta, strepitoso album di Santana..


...su cui doveva spiccare quest'artwork nato dai pennelli di Alton Kelley e Stanley Mouse, per la copertina di "Skull & Roses" dei Dead, nel '71. Peraltro Mouse aveva cominciato come artista lowbrow, lavorando con Ed Roth fra gli altri. Ma questa è un'altra storia..



..la storia di oggi è invece quella dello Shovel personale di Alessio, altra manifestazione d'intenti su due ruote dell'officina di Ardea. E' una bella giornata di sole marzolino, c'è una tiepida brezza che soffia dal mare in lontananza, e Andrea porta fuori il mezzo per le foto, parcheggiandolo di fronte alla carrozzeria completa di una Cadillac del '50, casualmente lì fuori nel ghiaione.



Molto probabile che vi ricordiate del suo primo allestimento, ancora più Norcal della versione attuale, che potete vedere qui, nelle foto sul blog de Lo Scorpione.



Qui il mezzo aveva ancora gli ammortizzatori, e l'avantreno risultava decisamente diverso, in linea con i mostri di genio che uscivano dalla Bay Area a cavallo degli anni '70: una stretta springer Ness originale, faretto spot, rabbittone per la gloria e - particolare che per alcuni è importante - freno davanti.



Da allora la moto ha cambiato qualche particolare non indifferente e, pur mantenendo l'impostazione Norcal che la definisce e la lancia nell'Olimpo, ha fatto qualche concessione ad un utilizzo più frequente e brutale, con qualche soluzione adatta ai chilometri impegnativi.



Ma con ordine. Il cuore pulsante è uno Shovelhead 1200 del '74. In inglese direbbero a '74 74, essendo 74 la cilindrata in pollici cubici. A spingerlo ci pensa il suo carburatore originale, un Keihin a farfalla ben aggiustato.


Il motore è accoppiato ad un cambio 4 marce, e il tutto viene calato in uno dei più bei telai della Motor Company, ovvero il famoso "drop-seat": vale a dire il telaio dei  Panhead Duo Glide fino al 1964, riconoscibile per la seduta situata molto più in basso rispetto ai successivi che equipaggiarono le FLH.


Dei Duo Glide conserva anche lo splendido forcellone tondo e il freno idraulico a tamburo, montato su un cerchio da 16. Barre rigide fatte a mano abbassano ulteriormente l'assetto e rendono la moto ben piantata in terra.


Serbatoio dell'olio è invece un pregiatissimo GME 7 facce, uno di quelle chicche aftermarket d'epoca che si possono spesso trovare sulle moto dello Scorpione.


Ma il cambiamento più sostanziale avviene sull'avantreno: la forca Ness viene sostituita in favore di una classicona Showa 35mm proveniente da un'Ironhead, da cui provengono anche le piastre; sul cerchio da 19 svetta un +4 di over che contribuisce a mantenere intatta la possibilità di impennare uscendo dal parcheggio. 


Il faretto rimane uno spotlight preso da un'Hydra, per lo scorno di Capitan America. Sulla piastra superiore, riseroni da 6" fanno il loro porco figurone.


Chiuso tutto con giustezza da un buckhorn più recente. Avrete notato che sul cerchio vi è ancora il disco del freno, ma sul manubrio non c'è la pompa: uno specchio per le allodole!
"Qualche anno fa stavamo andando con un amico ad un raduno in Toscana, non ricordo dove: io ero su questa, lui su uno Sportster illegale", racconta Alessio divertito, "ad un certo punto veniamo fermati per un controllo. Io non avevo praticamente nulla - frecce, freno, niente - ma a me han fatto i complimenti per il mezzo; al mio amico hanno cominciato a far storie perché gli mancavano le frecce. Se l'è cavata dicendole che a Roma le rubano di frequente, e a lui le avevano rubate proprio prima di partire". Insomma, a volte avere una moto vecchia aiuta nelle pubbliche relazioni con l'autorità; noi con moto più recenti invece dobbiamo ricorrere alla cara vecchia supercazzola.


La sella tipo cobra, con bottoni, riposa su un parafango proveniente sempre da un'Ironhead, su cui spicca un fanalino in stile FX, moldato al parafango.


Per rimanere in tema di chicche d'epoca, il serbatoio benzina è un peanut da catalogo Century Enterprises, marchio di culto per aficionados di chopper Norcal, a proseguire il discorso che si faceva prima. Si può notare dalla forma: quella dei peanut tradizionali è leggermente squadrata in alcuni punti, questa è tonda su tutta la linea, e assomiglia molto al serbatoio della "moto aziendale" di Ronnie Nunes e Jim Jeggings.


Se come me volete imparare dai maestri su questo genere di motociclette, vi consiglio la lettura di "Jammin' The Oregon Trail", articolo di LoserRules, il miglior blog su piazza. Qui invece potete trovare una marea di foto di repertorio, tratte da polverose e incrostate pagine di giornali, su queste antiche bestie.


E a meno che non siate ciechi (ma in quel caso non stareste davanti ad un pc), non vi sarà sfuggita la magica verniciatura di cui è ammantata tutta la moto, tanto per tornare a bomba su quello che sa fare Alessio con un po' di viola e bianco. Lo schema a fiocchettoni è un topos, se vogliamo, del mondo Norcal e del custom anni '70: la tradizione viene dunque mantenuta intatta.


Tutta la moto viene verniciata di bianco, da carrozzeria e serbatoio dell'olio fino al telaio (quand'è stata l'ultima volta che avete visto una moto con telaio bianco?); dopodiché vengono dipinti i fiocchi tanto cari ai verniciatori degli anni '70, Kelsey Martin per dirne uno. Va' che roba.


O anche questo Ironhead (sempre telaio bianco, quando la classe non era un'optional), uno dei tanti meravigliosi Sporty Norcal che affollavano la stampa dell'epoca, e che oggi si possono trovare su ZZChop, altro blog imbattibile per quello che concerne la mitomania motociclistica degli anni d'oro.


Basette e chopper. Nun te po' dì n cazzo nessuno


La Storia con la S maiuscola, dunque, è quella che avvolge questa moto: non solo quella citata dalla sua verniciatura, o dal suo stile, ma anche quella "personale" accumulata negli anni con Alessio in sella, o anche dal misterioso precedente proprietario.


Il colore bianco "delicato" non ha certo fermato il più giovane dei fratelli Gazzi, che ha messo parecchi chilometri sul mezzo, fra raduni e giri tra amici, dall'Old Irons sul Gran Sasso, ai raid in Toscana ed Emilia dagli amici di HCES e Road Crew, fino al sud e alla Puglia. Poco importa che per far chilometri il telaio bianco diventi color crema, poi color merda, poi color nero. E' un giusto prezzo da deporre sull'altare della Libertà, perdonate il penoso gioco di parole con il nome della moto.


Ma i racconti partono da ancora prima, quando questa moto venne importata in Italia (smontata in due casse di legno) da un fantasmagorico personaggio di Torvajanica. "Era veramente uno vero", comincia a raccontare Alessio, "andava in giro con la moto ed un gilet con su scritto "Vado a zonzo e me ne frego". Era proprio un anarchico, a lui bastava girare: quando gli comprai la moto sparì dalla circolazione, mi pare si ritirò in campagna da qualche parte in centro Italia".


Questa la foto appesa sul "facebook analogico" dell'officina: la moto aveva un aspetto decisamente differente quando Alessio la trovò sotto un tetto di lamiera sul litorale romano, ma potete scommetterci che era già una moto che veniva usata parecchio.


E questa la dedica che l'anarchico fece sul retro della foto, col suo motto ben in vista. Immagino che se vedesse la sua moto ora, o meglio se la riconoscesse dopo la trasformazione clamorosa che ha avuto, non potrebbe che essere fiero dell'aspetto e del nome che le sono stati dati, ma soprattutto dell'utilizzo che ne ha fatto e ne fa Alessio. "Il telaio sotto il motore non tornerà mai più bianco", se la ride Andrea indicandomi le travi della culla completamente anneriti per i km.


Rimane solo il tempo di una rapida lezione di kick. Abituato al mio vespino Primavera che si avvia con un calcetto, ci metto un pochino a capire di dover "lasciare il piede", come mi suggeriscono prima Andrea poi Alessio. 


Ma dopo qualche tentativo il corposo 1200 prende vita, e lo provo nel parcheggio riportandolo dentro l'officina. Seduta bassissima, manubrione ad altezza spalle e piedi rilassati sul motore la rendono un animale da miglia.
Ora so perché non c'è il freno davanti: che bisogno c'è di fermarsi?


 Sono conquistato. Un giorno, forse...per ora mi basta, come sempre, andarmene da lì sapendo di aver ascoltato una bella storia, una delle tante che ho ascoltato da Andrea e Alessio. Che ora se la ride.
Volete un sorriso smagliante? Altro che Mentadent, vi serve un chopper.


Da Ardea per ora è tutto gente. Fino alla prossima ovviamente!

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A proposito, se venite fermati, ripassate il manuale.