Àn Bekàn



In francese significa "Ciao Tommaso".
Essere stupidi è una benedizione, a volte.
A volte, Nicola.

Attenzione: il seguente articolo è prolisso & autoreferenziale. Leggere solo se veramente convinti. 


Cap. 1: The French Girl in Pisa


Non so esattamente quando inizia l'estate. Se il 21 giugno, il giorno dopo che hai finito gli esami, il giorno in cui torni a casa, o il giorno in cui sono liberi anche i tuoi amici. 


In ogni caso, io mi son rotto e me ne vado. Comincia una prima fase direi, una il cui apice viene raggiunto in una piccola città toscana, in cui si consumano atti di depravazione e crimine, in primis la laurea di Andre. Ma con ordine.


Prima c'è tempo abbondante per riabituarsi al disagio ponentino, fatto di uscite in centro che si bruciano fra tè al limone alle macchinette del rondò Garibaldi e panini alla merda ai bar della porto, intorno a mezzanotte. L'arrivo è volutamente graduale, passo da Dario a sbirciare le sue terrificanti creazioni, e prendo dimora fissa sul marciapiede di fronte al negozio di Cecco.



Con Wayne ci dibattiamo come pesci fuor d'acqua in un'estate umida e un po' maleodorante, chiedendoci quando sarebbe iniziata davvero, mentre passiamo a notte fonda nei vicoli puzzolenti di fritto dietro i ristoranti, o ci lanciamo su per le mulattiere polverose alle due di notte, spuntando a Coldirodi che, non ho idea del perché, ha più vita sociale del centro di Sanremo.



- "Vado a prendere le sigarette"
- "Dove?"
- "A Ospedaletti. Vieni?"
- "K"


Scrivo la tesi, vado al mare, spesso giro da solo. C'è chi ancora ha esami, o ancora non ha le ferie, oppure è fisso in sala prove ogni giorno, pure la domenica. Faccio giri per qualunque motivo: per scendere a prendere il giornale passo da San Romolo, per andare a comprare un libro vado a Nizza, il triste gioiello del mare.


Questa è l'unica cosa che riesco a pensare quell'orrendo giovedì, ricordando quanto era perfetta solo tre giorni prima, quando mi perdevo fra i vicoli mangiando una fetente "pizza" alla francese. 


Stride così tanto con quello che ho visto.




Non ricordavo di essere diventato così fighetta da commuovermi al vedere un pino marittimo. 


C'è una stradina che prendo sempre, la weapon of choice quando si tratta di giretti compulsivi dopo che le pupille ti sono diventate quadrate per le radiazioni dello schermo del pc.


Al di là della galleria le montagne sono immense, un qualche sintomo di quello che verrà. La commozione per i pini marittimi si trasforma in moccolo quando la moto sgondola sulle buche formate dalle loro radici. Gli ammortizzatori, quelli sì, sono per fighette.


Ma a quanto pare il rifugio che ho trovato per qualche giorno fra i pini non riesce a resistere ad una chiamata che viene da lontano, la chiamata dell'unico vero Dio. Si torna a Roma.


Due scaccini. La Primavera borbotta e tossisce, ma almeno ci scarrozza per il centro, in una serata insolitamente fredda per luglio, e per Roma. Carlo's in town. Neanche arriva a casa e già mi ha fatto crepare dal ridere raccontandomi di Stefano De Grandis, mortodifiga in discoteca. "Beh, obiettivamente lui è ridicolo..ha 80 anni e ancora fa i tavoli con le diciottenni".



QUATTRO ore di concerto, migliaia di persone, una sola voce che perfora ogni cosa. Doveva essere questa la catarsi che provavano i primi cristiani durante la messa, l'estasi di fronte a qualcuno che mette a nudo ogni tua colpa, ogni tua delusione, e la lancia a 82 decibel nell'esosfera. Debiti segreti vengono saldati, grazie all'assolo di sassofono di una sola canzone; ne basta una sola, e ti ritrovi un bambino, cullato nelle braccia del mondo, finalmente libero, finalmente puro.



Poi tutto finisce. I tuoi stessi sogni ti sparano a tradimento, e tutto ricomincia daccapo. Il delirio, la lontananza, le parole fraintese, o mai dette, e i ritorni a casa con gli occhi lucidi. 



Smonto le gomme per cambiarle, si rompe il portatarga. Scopro che il disco è piegato, lo trovo usato e cambio anche quello. Vado a rimontare tutto, la gomma nuova è già sgonfia perché la sera prima mi è volata dal motorino mentre la trasportavo - ammaccando la portiera di una macchina nel frattempo: cambio anche camera d'aria. Qualcosa mi vuol fare rimanere. Mi vuole marcito qui. Che cosa, mi chiedo, mentre mi angoscio per una situazione che sta andando giù come il Titanic. Non promette nulla di buono, eppure non so frenarmi, mi fido di nuovo. Quello che segue è una delle serate più idiote nella storia dell'idiozia, finita con un tramezzino stantio, mangiato sulla moto davanti ad un bar che non sopporto. Nice job.



Stefano e Simone leniscono l'irritazione con un giretto fuori porta, fra i canali di Fiumicino. Fa caldo, ma tira un'aria salmastra rinfrancante, mi mette quella strana euforia, quel senso di anticipazione per qualcosa che nonostante tutto deve ancora iniziare.


Saluto Stormbringer. Non vedrò Bonzo per più di due mesi. Time has come for us to part, ma da qualche parte in una città medievale sta per iniziare un'adunanza storica, una che riscriverà la storia di tante cose, ma soprattutto del fegato mio e di Piz. 


La strada si svolge lenta e calda fra le mielate colline della val d'Orcia. Strade che sognavo, e ora ho finalmente sotto di me. E già lo sento. Lo sento, che mi vuole curare. Accetto ogni curva, ogni deviazione, ogni buca, come i sorsi agrodolci di un vaccino che cancella qualche mese di inutile frustrazione, di mancanze immotivate, di elenchi fatti di tre cose. 


Sulla strada passo per Siena. Uno di quei tanti posti che per anni si ignorano, poi improvvisamente ti capita di passarci, e scopri che son fighissimi. Mi rifugio fra le mura, e faccio una delle mie cose preferite al mondo, ovvero camminare per una città che non conosco mentre mangio. 



Stavolta non sono molto lungimirante, mi faccio tentare da un paio di pizzette venefiche condite direttamente con la gastrite, quando dopo venti metri c'era un messicano da portar via. "Merda per merda" (cit.), potevo sfondarmi direttamente con un paio di tacos radioattivi.




Deh.




Con un bolo alimentare ingolfato nella trachea ritorno al motorino, riprendo la strada verso Nord.


Monteriggioni. Una volta ci andai per il matrimonio di Marica.


Complice l'aiuto di un certo Jacopo, un giovane motociclista che si ferma a darmi indicazioni per tagliare attraverso la campagna toscana e prendere alle spalle Pontedera, riesco ad arrivare all'adunanza. Ad accogliermi trovo Andre, finalmente alla vigilia della liberazione-laurea, sollevato e sorridente, anche se con una certa qual tensione per l'appuntamento dell'indomani.


Una strana legge ormai vuole che nonostante il ritardo che accumulo, anche intenzionalmente, finisco sempre per arrivare per primo. Ma Brigg e Wayne presto sono lì, e piano piano arriva tutta la ciurma. Brigg si lancia in piscina a cassadamorto urlando "Tooop!". Mi ricorda la gita di quinta elementare, in cui si lanciò sul letto urlando "Mortadellaaaa!", sulle note di "Everybody" dei Backstreet Boys, e spaccando una doga di legno. Sono a casa.


La serata va in crescendo, soprattutto quando decidiamo di invadere il centro di Pisa, e setacciare i bar alla ricerca del Kraken. Lo troviamo finalmente in vetto, baccagliando in modo molesto le bariste, ingollando quello che sembra essere petrolio. Sull'onda della decima birra, ricordo vagamente di aver seguito gli altri verso una friggitoria, dove Piz ha pensato bene di farsi una frittura di calamari con maionese, per nutrire il Kraken immagino, che alle due di notte aveva fame. Poi tutto sfuma. Mi ricordo un profumo, e un sapore, e una persona che non conosco fra le mie braccia. Ricordo di aver fatto pipì dietro un cartellone, e un rumore come di segheria che si accende, più tardi quella notte, ma su quest'ultimo potrei sbagliarmi.


La mattina dopo un treno merci mi corre in testa. Se chiudo gli occhi non smette di girare. Ma a parte questo, le cose hanno ripreso i loro soliti contorni. La segheria era solo Piz, che russava in mutande sul divano. Quanto di quello successo la sera prima era vero, e non solo una perfetta allucinazione? Ma il numero di telefono che mi ha dato è reale. E' esistita davvero, quella tipa francese, che mi parlava della luna vista dal suo balcone. Wow. Forse non tutto è perduto, se ci sono serate così.


La giornata è splendida. Andre alla discussione spacca, non solo per il fatto che è l'unico a parlare nel microfono. Alcuni di noi sono ridotti da far schifo, ma ci teniamo in piedi in qualche modo. La famiglia Molinari, splendida e gentilissima, offre di tutto e di più. Manchiamo la proclamazione per un caso fortuito, ma la festa prosegue per tutta la giornata. In piscina, al residence, e infine in uno spettacolare agriturismo perso nella campagna pisana, dove fuochi illuminano la notte, e qualche goccia rinfresca la serata.
E' stata una lunga corsa, ma alla fine Andre è arrivato. C'è un certo qual sollievo nei suoi occhi, una leggerezza in più nei suoi gesti. E' l'ultima notte che passiamo nel suo prestigioso B'n'B, sede delle adunanze storiche degli anni scorsi.
Qualcosa finisce stasera. Inizia qualcos'altro.


Sotto una lieve pioggerellina estiva saluto Andre e gli altri, o chi di loro è sveglio. Nicola si è beccato il letto degli stronzi, e ancora non è fra noi. Mentre giace comatoso e gli fotografo le chiappe capisco una cosa: l'estate, ora sì, può cominciare.

Cap. 2: Maui Tikitiki-o-Taranga



Lo sapevate che l'isola del Nord della Nuova Zelanda in realtà è un pesce? E non uno qualunque, ma il pesce pescato da Maui in un tempo dimenticato, grazie ad un amo magico ricavato dalle ossa della sua antenata; e tutto questo è stato possibile soltanto perché Maui, a differenza dei suoi fratelli, ha avuto per tutta la sua esistenza, l'insistenza di andare in posti che non conosceva. Era davvero un tipo ammirevole. Poco importa che abbia torturato il cognato trasformandolo in un cane, solo perché pescava pesci più grossi dei suoi.


Ora, il colle di Langan non è esattamente un posto sconosciuto o mai visto, insomma lo bazzichiamo da quasi dieci anni, ma quello che importa è muoversi, giusto? Giusto? Sembra che da qualche parte ci siamo persi per strada qualche elemento. Uno che ci insegnava che forse il distacco, o l'affetto, o l'amicizia, o persino l'amore, non dovrebbero essere cose così traumatiche come sembrano. Leghiamo tutti questi concetti, non so per quale motivo, alla stasi. Li rifiutiamo, perché sembrano volerci ancorare ad un luogo, ad una sola persona. La lingua non aiuta: "mettere su famiglia", col significato di costruire qualcosa, mettere su una casa, un luogo statico; "to settle down", quando "to settle" significa "fermarsi", a volte persino "accontentarsi". E se invece tutti questi concetti, tutti questi sentimenti e fenomeni dell'animo, fossero legati ad un tempo ancestrale in cui dovevamo proteggerci a vicenda, e muoverci continuamente, e camminare a piedi nudi in una pianura in cui non eravamo la specie dominante?


Deliro pensando alle gesta di un uomo semidivino capace di creare vita e luoghi con lo spostamento, e faccio del mio meglio per appartenere all'universo. Un po' dura, quando il massimo che puoi fare è farti venire lo squaràus con un panino al plutonio in un bar di Dolceacqua.



Panini, panini per tutta la vita. Va che posto però. Attempati turisti tedeschi scendono meravigliati dal pullman e rimangono compiaciuti a guardarmi accendere la moto. Mormoro "Ridateci la Gioconda, bastardi"; la moto si accende con un tuono e a tre di loro parte una sincope.


Mi piglia una scoppia clamorosa per gli Abba. La notte vado a dormire e sogno lunghe camminate insieme a Frida, nei boschi innevati della Svezia. Mi chiedo se, a tempo debito, non avessi fatto meglio a restarmene lì; fa freddo, ma alla fine lo stufato di renna non è così male, e i chopper sono tra i migliori sul pianeta. Poi grazie a Dio ho l'accortezza di farmi la pasta col pesto di quella drogheria in centro. Tutto impallidisce, al confronto con quella pasta; persino le cromature di quel Panhead dei Jokers.


Sono giorni di strane pensate, un po' inconcludenti a tirar le somme; quei giorni che non ti accorgi di star sprecando. C'è chi lavora, Ca ancora non è sceso da Milano e Alig non ha ancora traslato da Modena, Andre è in una meritata vacanza, Sax è impegnato in mille cose. Le dolci serate tiepide e le luci calde rilassano l'incessante smaniare mentale.


Nei momenti in cui non sto dietro alla tesi, il che mi accorgo rischia pure di farmi passare per persona seria, sono dietro al nulla cosmico. Le parole non escono, tanto vale farsi un giro. Andiamo a Mentone, oh sì, la Francia, patria morale della cultura europea: to', piove. Quest'anno non era ancora successo. Ma non siamo a fine luglio?


Ma c'è qualcosa, una spina nel fianco in ogni momento. Un pensiero che rode dentro, un'ossessione che tormenta anche questi giri più piccoli, e dà una luce differente a cose che avevi già visto...la cosa più strana è che ha un profumo. Un odore, come di fieno bagnato, di pioggia sull'asfalto, di benzina e fumo in montagna, nebbia tra le foreste. Qualcosa ci attende. Attendiamo anche noi.


Nel frattempo sale il fomento. Sale da piogge che istigano la ferocia, da immagini in movimento, da corse lunghe e letture crudeli. "Io non sono della vostra razza. Vengo da un clan lontano, e porto con me una verità mostruosa: l'autenticità della vita, la conoscenza del ritmo. Spazzerà via per sempre le vostre dimore statiche del tempo e dello spazio, inserite in piccole ordinate caselle. Il mio cavallo è più selvaggio dei vostri bolsi macchinari, il suo zoccolo di corno più pericoloso delle vostre ruote di ferro".


Il fango domina la mia fantasia, un fango primordiale da cui qualcosa di fatale è nato. Milioni di girini che gridano e urtano e milioni di anni dopo, esce fuori un Panshovel del '69, forca stretta e faro largo. Fango sulle ruote. Forse bevo troppa birra. Con Brigg e Nico ci sbattiamo disperati sulle cime vicino Nava, e cosa ci troviamo sopra? Fango. 


Rendetevi conto che riusciamo a creare un mostro, semplicemente dal saluto di un bambino per strada. Ci passa accanto, salutando un suo amico dal balcone: ma è girato di tre quarti col collo, e nell'urlare "Ciao Tommaso!" la voce gli va in falsetto una quarantina di volte. Aspettiamo che si allontani, poi ci rotoliamo in terra come degli idioti. Perché siamo. degli. idioti. Ma Dio sa che questo aiuta, e il fango piano piano si scioglie e ridiventa terra solida, alla luce del sole che è tornato.


Tornano le api all'alveare, e tornano gli altri dalla diaspora. Finalmente si può ragionare del viaggio che stiamo per fare, e finalmente c'è qualcun altro a tirarmi fuori dal mio ennesimo periodo di auto-assorbimento, che dura da 26 anni. Ora siamo di nuovo una compagnia. La Compagnia del Bordello.

Cap. 3: La queue de renard



Credevate eh, che sarei andato avanti a oltranza, a blaterare di rincoglionimenti dettati da lattoni da 1l di Faxe? E' esattamente quello che farò, in effetti, ma qui il tempo si dilata, come nell'avventura in cui Maui va a menare a sangue Tama-nui-te-Ra, e dunque mi abbandono alle memorie esilaranti di quei giri d'agosto.


Il randevù è al solito posto, alla solita ora. Ci siamo tutti, o quasi: Ca non riesce a venire, Sax è costretto alla defezione. Ma il gruppo è carico a pallettoni, le moto pure, l'aria è elettrica, o forse è solo quella fagiolata alla texana che mi sono fatto la sera prima. 


Alig grazie a Dio non si presenta con una sella in ecopelle quest'anno, ma l'equipaggiamento da alpino è lo stesso: zaino semirigido con confortevoli stanghe in legno e in acciaio per favorire la scoliosi, e stivali con ghette incorporate per una squamatura dei piedi ottimale alle temperature estive. Non possono mancare passamontagna sintetico e mentoniera staccabile; la cavalcatura è la gloriosa Gazzella, il suo fido Husky, moto che combina perfettamente eleganza e ignoranza come fosse una miscela olio-benza al 2%.


Piz è già pronto per traumatizzare i francesi più di quanto già non siano quest'anno.


Foto di gruppo, e si parte, alla volta del primo passo della giornata, il col de Brouis sopra Sospel, un vecchio must della CDR. Aurora non è la sola americana in gruppo quest'anno.


Nei miei sogni più erotici sognavo paesaggi come questi, le cui silhouette mi riaccendono la memoria di quegli sfondi dei quadri di Crash Bandicoot II. Vedevo le montagne in lontananza ma la piattaforma unidirezionale mi impediva di raggiungerle. Vent'anni dopo, eccole qua, contornate da curve la cui perfezione è sottolineata dalla leggera parabola. Le gomme sono nuove, aspettano solo di essere chiuse.


Salendo sul Tourini, Alig ci sorprende con una tattica la cui follia è inedita persino per i nostri standard. Viaggia in fondo al gruppo, poi ci sorpassa col gas a martello e la moto in terra contro ogni legge fisica e ci lascia indietro. Dopo qualche curva lo troviamo che torna indietro, pollice teso in aria, sorriso a 90 denti: si riassesta in fondo al gruppo e ripete tutto da capo. Truly the tales and songs fall utterly short of your enormity, o Alig the stupendous. 


Brigg e Andre posano con la complice dei misfatti di Alig, in cima al Tourini. Piz, rimasto zitto finora, si lascia andare a due vette di eloquenza. Prima commenta la piega del cavallo di Alig: "Minchia Alig col c*zzo all'aria". Niente verbi, niente punteggiatura, solo contenuto. Dopodiché accende pacato una sigaretta, guarda pensoso nel vuoto, e sbotta: "Stasera si va a troie".


Quest'anno splende il sole, possiamo goderci la meravigliosa discesa dal Tourini: dal versante opposto si ha la netta sensazione di lasciarsi alle spalle un paesaggio marittimo, e di accedere ad uno alpino.


Ci fermiamo ogni tanto a riprenderci e contemplare. Piz ha già fuso le pastiglie dei freni, Alig entra impennando nella piazzola di sosta. La strada ci porta verso Saint-Martin.


Svalichiamo anche quel colle, mentre i boschi si fanno sempre un po' più scuri ad ogni passo più a nord, finché non accediamo alla valle del Tinée.


Siamo ad Isola quando ci viene fame. Facciamo due volte il giro del paese prima di capire che in realtà il paese non esiste, c'è una mezza strada e due bar. Il menù offre quella particolare pizza francese sottilissima, il cui unico spessore è costituito dalla quantità immane di capperi che ci mettono. Ci lasciano barattoli interi di capperi. Esistono aziende agricole che vivono di rendita solo grazie alla richiesta di capperi delle pizzerie francesi. 


Le case di colori allegri stridono col grigiore dei capperi. Lasciamo con l'esofago in fiamme la città dei capperi, e ci attende la salita ad un tempio del motociclismo, il col de la Bonette. Mentre salgo sono talmente fomentato che rischio la morte un paio di volte, una di queste la moto sgondola in derapata, e quando riprende grip mi proietta verso lo strapiombo. Mi attacco ai freni ed evito di prendere il volo. Probabilmente era colpa dei capperi.



Decido di affrontare il resto dell'ascesa in modo un po' più umano e mi godo il panorama, fino all'anello in cima.


La vista non fa così schifo. A 2804 m, la Bonette è la strada più alta d'Europa. Certo se pensi che in Bolivia c'è gente che abita a 4400 m ti cascano le braccia, ma ci accontentiamo.


Fa un po' freschetto ma ce la sentiamo calda. Saliamo persino sul cippo di minchia in cima al monte, per vedere il banorama.


Sono cinque minuti di camminata asmatica e con le gambe tremanti. Quest'anno ho mangiato troppa pasta.


Mitch doesn't care e sale come una capra di montagna.


La vista però ripaga della momentanea crisi respiratoria.



Questa la visuale verso nord, con la strada che percorreremo di lì a breve che si dipana vertiginosa sotto di noi.


Là sotto da qualche parte sembra che un temporale si stia divertendo, ma noi siamo al sicuro.


Anche Andre e Alig se la scaprettano.


Ma dopo un po' i sassi si assomigliano tutti, ed è ora di ripartire: ci attende ancora la lunga discesa, ed un altro passo meraviglioso prima di arrivare alla meta di giornata che è Briançon, la città dei capperi. Cioè no, la città delle fortezze. Cazzo di capperi, mi escono dalle orecchie.


Prima però lasciamo il Pallozzo ad imperitura memoria del nostro passaggio lì. Da quel dì in poi, la Bonette è un po' più idiota.


La discesa è una meraviglia: il lato nord della Bonette è un toboga, ma al posto degli scivoli d'acqua e quelle giunzioni fra i tubi che ti strappavano pezzi di pelle c'è solo asfalto perfetto, sole a picco e verde tutt'intorno. Scendiamo verso Jausiers e ci fermiamo, c'è chi ha bisogno di prendere un caffè. Tra cui Alig, che non può aspettare di arrivare al fondovalle, ma si ferma in una baita-pizzeria. Lo aspettiamo qualche chilometro a valle, dopodiché prendiamo per il col de Vars, sul fare del tardo pomeriggio. L'ascesa è fresca, ormai il sole getta lunghe ombre dalle montagne, ma arrivati in cima riusciamo a riscaldarci con gli ultimi fuochi.


Sul crinale pascola un gregge di pecore. Entro nella baita in cerca di adesivi per ricordo e rimango fulminato da una coda di volpe appesa alla parete. Non è una riproduzione, è la vera coda fulva strappata ad un animale cacciato in quei boschi. Quello, sarà quello il nume tutelare del viaggio, sventolando pelosa appesa al sissybar.


Ci lasciamo alle spalle anche le capre. Le avrei contate una ad una, quella notte, per addormentarmi e sognare capre volanti. E capperi, forse pure.


La discesa non è lunga, ma c'è ancora un po' di strada fino a Briançon. Ci ricolleghiamo alla Route des Grandes Alpes ed entriamo in città sul fare della sera. Non abbiamo idea su dove sia il motel che abbiamo prenotato . Giustamente, come falene attirate dalle lampadine fulminanti, decidiamo il da farsi nell'invitante parcheggio di un immenso McDonald's. Vado in avanscoperta per cercare il posto e scopro che in realtà si trova dall'altra parte di un enorme isolato rispetto al Mc; saranno duecento metri in linea d'aria, riesco persino a vedere gli amici che molestano gli avventori del fast food. Non ho modo di richiamare la loro attenzione, dunque tiro due sgasate che scassano due vetri e infartano due vecchie, vedo che si voltano e gli faccio segno di venirmi incontro. Mentre entriamo nel parcheggio del motel, riempito di moto all'inverosimile, festeggio tirando un barni in terra, tanto anche le frizioni sono per fighette. Se malessere dev'essere malessere sia: la serata può cominciare.


Manco siamo nelle camere che già giriamo in mutande per la spa, urlando come avessero aperto le gabbie, schiamazzando e lanciandoci dalle ringhiere nella piscina. L'ho già detto idioti? Siccome dei tizi non schiodavano dalla sauna, abbiamo presto abbandonato l'idea, peraltro peregrina e forse latentemente omosessuale, di chiuderci in sette nella minuscola stanza di due metri per uno. Meglio rinchiuderci dal Mc di cui sopra.
Ma vogliamo parlare del (relativo) conforto che dà il Mc, se sei un viaggiatore stanco e infreddolito? Per quanto tu possa essere disperso nelle lande più desolate, il Mc è come un porto franco, sempre pronto a imbottirti con affetto di hamburger di giornali cinesi riciclati e insalate di plastica verde.
Ci ritiriamo quindi al bar dell'albergo dove io e Piz (chi sennò) ci goliamo due birrozze prepotenti e ci facciamo pure offrire un paio di shottini di génépi dal rassegnato barista. Carichi lerci irrompiamo nella camera degli altri, cominciando a benedire con dell'acqua di rubinetto Alig che già dorme il sonno dei folli. Ma presto i chilometri e i chicken mcnuggets chiedono pedaggio alle nostre anime stanche. Mi addormento con Piz che in procinto di aprire la segheria per la notte mi promette: "Minchia Ale stanotte ti faccio due harley di legno". Poi ve la spiego, ma sappiate che in fondo in fondo, in questo ragazzo vi è del genio.


Occhio però a non guardare troppo in fondo.
La mattina dopo siamo in piedi verso le 10. Tutti gli altri motociclisti che la sera prima popolavano il parcheggio sono andati via, il parcheggio è invaso dalle auto. Questo probabilmente perché la maggior parte dei biker al mondo va per i 70, non riescono a dormire la notte e si svegliano alle 6 per rischiare l'ipotermia all'alba sui passi.


Noi facciamo colazione con l'arroganza dei giovani, dopodiché aspettiamo una mezz'ora per fare il pieno dal benzinaio, completamente intasato di macchine e moto. Ecco perché si sono alzati tutti presto: sapevano qualcosa che noi non sospettavamo. In ogni caso, riusciamo a fare sbrenza ed ora non ci resta che aspettare il buon Alig che ha saggiamente saltato la colazione in albergo e sta rimediando con un Magnum. Dopodiché, ci dirigiamo verso nord, sempre seguendo la direttiva della Route Napoléon, sulla strada per altri due strepitosi passi alpini, il Lautaret ed il Galibier.



La valle è di una bellezza quasi struggente. Il cielo è terso, solcato da rare nuvole. Passiamo in mezzo a boschi di abeti e pini, illuminati di fiori e voli d'insetti. Sono in uno stato di ipnosi, la vista (almeno la mia) non è abituata a colori così intensi, così tutti insieme. Nel frattempo sale un discreto fresco, e ci fermiamo ad una baita a metterci uno strato in più.


Il border collie della baita esce fuori correndo e comincia a giocare con noi, si vuole far lanciare una palla intrisa di bava e chissà cos'altro. E' simpaticissimo e giocherellone, vorremmo restare lì per un bel po', ma quando gli perdiamo la palla forse è il momento di andare. Dall'altra parte della strada, il ghiacciaio che sovrasta il Lautaret domina tutta la valle, e i nostri sguardi a metà fra lo spaurito e il meravigliato.



Sulla sommità del Lautaret, invece che scendere dall'altra parte e proseguire verso Grenoble, prendiamo a nord, e cominciamo l'ascesa al Galibier. Ben presto la strada ci porta quasi all'altezza del ghiacciaio, con le praterie d'alta quota che ondeggiano lievi al nostro passaggio.


Andre sale verso il rifugio.


Al rifugio ci fermiamo brevemente per bestemmiare il dio dei ciclisti, e considerare se vale la pena lasciare un verdone per andare a casa con una pelle di mucca. Piz dice che basta un animale squartato: già una volpe ha dovuto pagare la nostra cretinaggine, non occorre massacrare anche un bovino.


Proseguiamo verso la cima, ignorando ovviamente il claustrofobico tunnel che taglierebbe la vetta, mentre Nicola spara qualche Madonna all'indirizzo di ignoti, non ricordo perché.



Sulla cima ci fermiamo per la doverosa foto di gruppo, che non vi mostrerò perché nessuna è venuta particolarmente bene, per la quale occupiamo militarmente tutto il minuscolo spazio disponibile. Montagne sorridono dietro di noi.



C'è chi se l'è fatta in cima con un piccolo pezzo di storia, Stornello 160 (ma cilindrata 125, non vi fate ingannare), prima serie nel 1968. 


Il trasferimento della giornata non è particolarmente impegnativo, dunque una volta scesi dal Galibier ci possiamo permettere di menare il belìno agli elefanti per un po' (perché "menare il can per l'aia" ha fatto il suo tempo). A valle, ad esempio, troviamo delle gigantesche sculture in fieno di dinosauri, mostri e animali.





Il riposo della guerriera rossa.


Le gazzelle abitano i paesaggi africani, ma da questa parte del mondo si nota una certa affinità col cervo.


Ci fermiamo in un paesino vuoto e assonnato a mangiare qualcosina, vale a dire ennesimo paninazzo colante salse e roquefort. Le moto si riposano appoggiate al muro.


Una colomba è indecisa se farci sapere cosa pensa di noi, ma forse ritiene che sia evidente di per sé ed evita di cagarci in testa.


Rimane un ultimo pigro tratto di strada, nel fondovalle luminoso fra le vette a nord della val Susa: una muraglia geologica ci divide dall'Italia. Il paesino designato per sopportare le nostre malefatte e depravazioni per ben due giorni è il ridente Lanslebourg, sotto il maestoso Moncenisio. Inutile dire che saranno due giorni all'insegna del disagio, che Piz inaugura prontamente andando in letargo sul divano della camera.


Ma fuori dalla stanza il panorama è qualcosa di meraviglioso. Una foschia azzurrina circonda le vette, tanto è limpida l'aria.



Ci rilassiamo alla meglio, prima di decidere la strategia su come procacciarci del cibo in questo posto dimenticato daddio, cosa che, secondo un'altra fiera tradizione CDR, si rivelerà estremamente ed inutilmente arduo.


Alig e Andre si rilassano facendosi uno sterrato sulle piste da sci.


Ma presto si fanno pesanti le ombre sulla cittadina, la temperatura scende, e le sagome spettrali delle case in pietra annunciano tristemente una serata di rincoglionimento generale.


Sembra essere politica comune di tutti i ristoratori di Lanslebourg quella di aprire un ristorante ma di non farci mangiare la gente. Potrebbe screditare il buon nome del locale far entrare delle persone: nonostante il gran numero di tavoli vuoti all'interno di tutti i ristoranti in cui entriamo, veniamo cacciati da ogni singolo posto. Le scuse più gettonate sono "Ci vuole la prenotazione", "Mi fanno schifo i soldi", "Mi fa schifo la gente", "Puzzate". Sull'ultima sono d'accordo anch'io, ma ho fame e tendo per carattere a negare l'evidenza. 
Ma un pizzaiolo si erge maestoso alla fine del paese, sul suo furgone campeggia la scritta salvifica "Pizze a domicilio": entro a chiedere se poteva farci delle pizze e consegnarcele all'albergo, risponde "No". 
Ma lo lavoriamo ai fianchi, ed alla fine, facendosi aiutare dalla sua splendida famiglia di bimbe biondissime, ci prepara sette disgustose pizze rafferme che ci gustiamo al freddo in una fermata del bus.


Alla gente che passava guardandoci storto, Mitch gridava enfatico "Non abbiamo prenotato! Questo è quello che succede quando non prenoti!". Molti acceleravano il passo, ignari del pericolo a cui sarebbero corsi incontro se non avessero prenotato.
Tornando alle moto, vediamo un "colibrì" volare su una deliziosa fioriera. Estasiati dal meraviglioso spettacolo della natura, ci accalchiamo esclamando "Un colibrì! Un colibrì"; addirittura tiriamo fuori le torce dei cellulari per vederlo meglio. Solo allora ci accorgiamo che è una falena di dimensioni canine, un essere immondo rigurgitato da un qualche amplesso demoniaco. Arretriamo inorriditi all'istante, e decidiamo che per quella sera bastava così.


Ci ritiriamo in camera, beviamo qualche birra, benediciamo con gelida acqua montana il primo ad addormentarsi, e finalmente cadiamo svenuti tutti.
Il giorno dopo ci accoglie con un sole ancora più terso. Ma la bislacca politica dei lanslebourghesi sul mangiare non è cambiata: non c'è un bar che faccia colazioni, dunque compriamo brioche in un posto, e le mangiamo da un altro che invece fa le bevande. 


Il programma di oggi è libero: chi vuole si va a fare un giro sul passo del Moncenisio, chi non vuole fa come il magnanimo Mitch, che va a far la spesa e si preoccupa di preparare un (finalmente) vero pasto. Una sontuosa spaghettata ci avrebbe aspettato una volta tornati giù, prima però c'è da assecondare il Dio della Montagna, che ci vuole testare con un percorso inedito. 



Saliti a bomba sull'ampio altopiano che è il Moncenisio, decidiamo di circumnavigare il lago azzurro: la maggior parte del percorso è in sterrato, cosa che non spaventa Andre e Alig, ma per me e Nico e Piz, con stradali rigide o semi-naked, non è esattamente la cosa più consigliata. Ma siccome siamo scemi, e non stupidi (cit.), ci avventuriamo comunque, e ci divertiamo pure come bimbi speciali, a due all'ora sulle pietraie.


Il fatto di essere concentrati a non morire volando giù per la scarpata ci impedisce una visione che a quanto pare solo Andre riesce ad avere: l'epifania di una tizia seminuda, proprio lì in camporella, che si faceva fotografare da un ignoto fortunato.


Discutiamo se ne valga la pena di rischiare il collo per tornare indietro alla ricerca dell'epifania, ma ci accontentiamo degli scorci di natura attorno a noi, altrimenti invisibili, ma non dalla nascosta e impervia pista che abbiamo preso.



Dopo un cinque chilometri a passo d'uomo arriviamo sulla diga, dalle spalle, e la varchiamo in un nuvolone di polvere, tronfi e gàrruli.



Il Talp nel suo ambiente naturale.


Al di là della diga ci troviamo nostro malgrado a dover tirar fuori dalle canne una signora di Torino in evidente difficoltà: cercando di scendere dall'appesissima pista sterrata verso il terrapieno della diga con la macchina, non sapeva come manovrare per non cappottare. In realtà le sarebbe bastato girare il volante, ma ci sentiamo magnanimi e ci facciamo in quattro, addirittura mi offro volontario per guidargliela fino in basso. Purtroppo sono doverosamente costretto ad ammettere che guidare la macchina mi fa schifo e sono pure una pippa, e lo faccio prima di accorgermi che in macchina c'è anche la nipote figa della suddetta signora: ormai mi sono fumato la possibilità di salire in macchina, dunque addio flirt montano. Che sarebbe andato comunque a vuoto, ma vabbé, alla fine è Nico a portare la macchina in salvo, tra l'agitazione della signora che forse non aveva mai fatto una discesa in macchina, e la vergogna della nipote figa. Ripigliamo le moto e torniamo all'asfalto, dove Brigg (che si era conigliato il giro in sterrato, preferendo chiudere le gomme sulla strada asfaltata) ci aspetta. Addio, nipote figa.


Ci godiamo la meravigliosa discesa verso Susa, fatta di curve da montagne russe e asfalto perfetto, scendendo i gradoni della diga e assaporando la sensazione di lanciarsi nel vuoto che ti dà il lato italiano del Moncenisio.


Non ci fermiamo a Susa, vogliamo tornare a Lanslebourg: lo sterrato ci ha messo fame e a casa ci aspetta la spaghettata del Mitch. Alig vuole farsi un caffè, dunque resta indietro. Ci recupererà sul lato francese, sorpassandoci con rabbia vendicativa, sdraiando la Gazzella pressoché in terra ad ogni curva, con quello stile tipico del Gigi, uno stile da colpo apoplettico a vedere dal fuori. Per quanto riguarda il dentro, credo che sia una delle sensazioni più fighe al mondo saper guidare come Alig.


A casa ci sdereniamo con la pasta di Michi, che ogni volta riesce a superarsi, e cominciamo lo sbraco: la missione del pomeriggio è l'assalto alla piscina dell'albergo, dove avremo ulteriore prova dell'odio che prova per noi Lanslebourg.

Ci presentiamo con i costumi che abbiamo, quelli a mezza gamba, e prima ancora di riuscire a pucciare mezzo piede in acqua, un grassone a mollo come uno di quegli stronzi galleggianti nelle fogne (con tanto di occhialini e cuffia - ricordate: chiunque si metta occhialini e cuffia nella piscina di un albergo, e ancora si mette a discutere con voi, probabilmente picchia i propri figli, beve la birra calda, e si masturba pensando alle suore del catechismo), ci tiene a precisare che i costumi come il nostro sono espressamente vietati dal regolamento dell'albergo, ci vogliono gli slippini da compensazione, di conseguenza ci è fatto divieto di usufruire della piscina.
Siamo esterrefatti dalla portata dell'idiozia di quest'uomo, e dalla sua voglia di rompere le palle al prossimo, e siamo pure così stronzi da cominciare a discuterci. Ma il tutto viene risolto da Mitch brillantemente, nel senso che si presenta visibilmente brillo e ci chiede cosa c'è che non va. Glielo spieghiamo e lui risponde: "Ah non vanno bene i costumi così? Non c'è problema". Prontamente si leva il suo, rimanendo in mutande (mi chiedo quanto sarebbe stato più scioccante se sotto non avesse avuto niente), si infila l'elastico fra le chiappe e urla al tipo, "Ça va comme-ça?", lanciandosi a bomba in acqua.
Sipario: il tizio prende i figli e scappa dalla piscina; lo vediamo aggirarsi per tre quarti d'ora nella hall cercando il titolare per protestare, dopodiché lo trova e leggiamo dall'espressione del titolare che non gliene frega una ceppa dei costumi, dunque il tizio ha anche sprecato tre quarti d'ora della sua probabilmente patetica e miserabile vita. 
La vittoria è nostra, e la sera la celebriamo con prepotenza nel ristorante che saggiamente abbiamo prenotato; ci sfondiamo di raclette e fonduta, col "colibrì" della sera prima che entra e terrorizza mezzo locale, e con Piz e Brigg che fanno addirittura il bis, e probabilmente gasano qualcuno nel sonno. Non io, io vado a letto per primo e vengo benedetto da Piz che mi lancia dell'acqua addosso mentre mi addormento. Oh what a day. What a lovely day.


Il giorno dopo è una splendida giornata di viaggio. Dobbiamo tornare a sud, verso l'Italia e la Liguria. Riprendiamo il Moncenisio, stavolta tutti insieme, e svalichiamo verso Susa. Da lì, lo statalone deserto e bollente che percorre la val di Susa verso Torino. Rombiamo attraverso città fantasma e montagne che via via diventano colline e poi campagna, e finalmente incrociamo l'autostrada. La prendiamo per un breve tratto, quello che basta per coprire la distanza fra Torino e le Langhe. Le nostre velocità sono diverse, ci perdiamo fra di noi nell'assolata anonima autostrada piemontese, e ci ritroviamo in una stazione di servizio.



Usciamo dall'autostrada a Ceva, risalendo la boscosa valle Tanaro (il Missouri italiano, a quanto pare: avrebbe dovuto essere il fiume più lungo del Bel Paese, in quanto più lungo del Po alla confluenza con quest'ultimo) verso il col di Nava, altro luogo a noi caro, per chiudere in bellezza.


Sulla cima del Nava ci sdraiamo sul prato, scassandoci i panini preparati da quella ragazza romana che ha la drogheria proprio lì (da Roma a Nava è degna di nota), parlando del giro, dei posti più belli, dei momenti più divertenti, delle curve più spaventose. Dopo qualche giorno di mente riempita solo dal bello e dal nuovo, si affacciano nuovamente pericolosi pensieri su varie cose lasciate in sospeso. Cerco di distrarmi ancora un po', e con Nico ci inoltriamo nel forte in cima al colle. Ne commentiamo la bellezza, assaporando il silenzio di pietra umida, dopodiché vuotiamo le vesciche contro il muro. Sia mai che le cose si facciano serie.


Finisce così il nostro viaggio, e l'era della coda di volpe. Dopo aver volato insieme a me per un migliaio di chilometri, attraverso le foreste, le vette, i laghi, viene rubata da qualche morto di fame nella civilissima e pulitissima Bordighera, durante il concerto dei Mad. Che peraltro suonano da Dio, giustificando pienamente l'assenza di Sax finora in questa storia, ma la perdita del mio macabro amuleto sul sissy mi irrita oltremodo e mi guasta la serata. Specialmente se mi chiedo i motivi per cui uno dovrebbe rubare una cosa del genere. Voglio dire, già ha poco senso comprarla. Ma rubarla? Ma che cazzo te ne fai?

Cap. 4: Du Badì Badididi Bao

C'è sempre un'età di transizione fra un re ed un altro. La si spende spesso in casa di altri, a volte in compagnia di belle storie, a volte in compagnia di un'amarezza sepolta, occasionalmente dissotterrata da parole lasciate lì per caso, e raccolte improvvidamente. Non è più il fango a dominare i miei pensieri, bensì qualcosa di più reale, ma altrettanto lontano, qualcosa che già temo, non farò in tempo a raggiungere.


Una volta comunicare con qualcuno era fisicamente difficile, nel senso che era estremamente complesso lanciare al di là di un oceano la propria voce, richiedeva una certa abilità, e qualcosa da dire. Oggi è un diverso tipo di difficile. Altrettanto insormontabile, a volte.
L'impressionante collezione di radio antiche del compianto nonno di Carlo è testimonianza di un'altra età, una che stiamo perdendo, e che dovremmo forse sforzarci di capire. Una delle più belle serate dell'estate è passata nella penombra di un giardino quieto, seduti in silenzio su delle sdraio da cortile, ad ascoltare una dolce e deliziosa signora suonare un pianoforte da dentro casa.


Ca è il primo a partire. La chiamata dall'oltreoceano che tanto gli è cara arriva anche stavolta, e lo vediamo partire un po' a malincuore, sapendo che passerà molto altro tempo prima di rivederlo. Reagiamo come sappiamo fare: rivolgiamo la nostra furia sui nostri poveri motori, malcapitate bottiglie di birra, sbadati turisti che rischiano di ammazzarci in macchina.


Ben tre volte accade: in una di queste un camperista invade la mia corsia mentre lo sorpassavo, lo evito per un soffio e mi fermo a lato della strada, col cuore in gola. Un'altra invece è molto più "tranquilla", ma degenera subito dopo quando mi metto a litigare con l'autista: arriva Nicola e gli bestemmia a muso duro di fronte.
Di quella scena ricordo il grottesco sguardo di disprezzo della moglie del tizio, seduta in silenzio, una maschera di rughe e trucco pesante. Sembrava Moira Orfei. Forse era Moira Orfei. Ho forse dato dello stronzo al marito di Moira Orfei? Non me lo perdonerei mai. Ma è ancora viva Moira Orfei?
Ad ogni modo, agosto in Riviera è una giungla: qualunque cosa che abbia più di due ruote cerca di ucciderti.


Con Wayne (chi sennò) ci regaliamo una giornata a Montecarlo. A giocare al casinò? No, finire in prigione per debiti non mi attira. A rimorchiare belle donne? No, ci bastano quelle su Pornhub - purtroppo. Andiamo al decathlon, a comprare una tenda e altre robe per il campeggio. Poi un bel panino da 20 euro sul lungomare di Monaco, e via a casa con 38 gradi e un motore raffreddato ad aria. L'atmosfera tropicale delle Calandre di Ventimiglia non fa che aumentare la beffa. 


Si avvicina quell'inutile e deprecabile festività del Ferragosto, dunque cosa c'è di meglio che prendere le moto e andare a trovare un vecchio amico? Il colle della Lombarda è stato uno dei primi passi alpini a cui siamo arrivati, ben otto anni fa. Otto. OTTO. Che non vuol essere enfatico, solo era un altro tormentone idiota, ripetere OTTO o PAOLO a caso.


Si sale per il Tenda, io Brigg e Nico. La coda è lunga e sempre più bassa rispetto al tunnel, da quando hanno messo il semaforo. Spero si sbrighino a levarlo perché toglie un sacco di divertimento.
Dopo il tunnel scendiamo verso Borgo San Dalmazzo, poi prendiamo a destra, verso il colle della Madda e Lombarda. Per non farci mancare nulla, mi si allenta un bullone dello sfiato teste e quando lo riavvito si spacca completamente. Fa nulla.


Avevo dimenticato la bellezza abbagliante della Lombarda. Subito dopo il ponte ci sono degli stretti tornanti, come se si salisse una scala per una valle nascosta. Appena esci dal bosco e cominci a salire sull'altipiano, ti accorgi del verde tutt'intorno, i pini dall'aria fiabesca, i fiori viola. Sembra il paese dei troll.


Voli rasoterra fra il fiume fresco e i pini sparsi, ti sorridono i monti e le caprette ti fanno ciao, grazie a Dio non c'è Heidi che inneggia all'Anschluss e un po' ti rincuori, e subito dopo torni alla meraviglia tutto intorno, salendo verso Sant'Anna.


Da un lato della valle c'è il monastero, ma per andare verso il passo e la Francia si sale sul versante opposto.


Ben presto si superano i boschi fioriti e si esce sulla prateria d'alta quota: le rocce sono scure e immote; da lassù cominci a dominare con lo sguardo le sommità delle montagne, tutte vicine l'una all'altra, il risultato di milioni di anni di scontri sotterranei fra placche continentali.



Sul valico c'è un paninaro che parla un italiano stentato e spara dub e rap francese nel silenzio verde della montagna. Crea un'atmosfera decisamente weird, il che ben si sposa con gli OTTO e PAOLO lanciati a random fra di noi per vedere se c'era l'eco. 



Ci spacchiamo di panozzi e patatine, mentre un bimbo mi osserva. Credendomi francese parla ad alta voce alla sorella: "Ma secondo te quello con la barba è arabo?". Ci vestiamo per ripartire e lo saluto, "Walekum salaam". Ci aspetta la discesa dal lato francese, verso Isola.


Appena scendiamo dall'affollato valico, dovuta sosta pipì. Mentre la faccio dietro un cespuglio guardo la mia moto fra le grandi vette di questa parte di mondo. Sembra davvero piccola; non resisto dal fare una foto, mi intenerisco pensando a quanta strada abbia fatto da quella fabbrica in Kansas, e quanta ne abbia ancora da fare. Poi il momento pericolosamente psicotico mi passa, mi allaccio la zip e rimetto in moto.


Ma di cosa ci lamentiamo poi? Ma che vita viviamo, ce ne rendiamo conto? In fondo non è male, se basta una canzone per sentirsi allegro per nessun motivo, dunque per tutti i motivi del mondo.



Mio fratello, dopo tutta la strada che ha fatto, e che ancora ha da fare, può prendersi un momento di relax à la "Piscine", sotto il sole di agosto; dei russi stranamente discreti, accanto a noi, brindano con una boccia di Coca Cola in un secchio di ghiaccio. Loro sì che si sanno trattar bene.


Non come noi, ridotti a bere tequila dai bicchieri di Peppa Pig.


La serata trascorre quieta sul terrazzo del Mitch la sera di Ferragosto, prima che lentamente mi renda conto di sentirmi giudicato dalla luna. Qualcuno accanto a me espone una verità che so di sapere, e cercavo di ignorare, e non riesco a reggerla. Esco per un giro nella notte fresca, completamente ubriaco.


La luna mi accompagna fino a Mentone e ritorno, ricordo le facce stranite dei gendarmes mentre passo la dogana. Mi fermo al lungomare, spengo la moto, guardo la spiaggia buia.
Mi arrivano le risate di alcuni ragazzi e ragazze seduti poco lontano. In terra è bagnato, deve aver piovuto. Riaccendo la moto e torno indietro. Tempo totale della sosta: 80 secondi.
Ricevo una chiamata da Richi mentre sto tornando indietro, si scusa per non ricordo che cosa. 


La luna regna. Regna dappertutto, spietata per la luce che getta su alcune cose. E' passato troppo tempo. Bisogna tornare altrove.
Sax il venerdì viene a portarmi la sua tenda, l'indomani lavorerà tutto il giorno, ci raggiungerà solo a sera per il ritorno della Wild Lemonade.
Inizia un lento blues nella mia mente, le cose cominciano a sistemarsi. Lo accompagno fuori dal cancello, e mentre riprende la moto mi saluta con una stretta di mano, dicendo "Ci vediamo in cima allora". 

Cap. 5: Fire On The Mountain 


Niente di meglio per prepararsi ai tempi che verranno, che salire in montagna durante una tempesta di fine agosto. Per questo non lo facciamo e aspettiamo a partire: per non bagnarci troppo, che siamo delicatini. Scherzi a parte, c'è chi se ne sbatte talmente tanto del meteo che appiccica sul serbatoio la mappa per fare un percorso alternativo in sterrato. Che rimane comunque impraticabile per la quantità di fango prodotta dal temporale, ma Andre ci prova comunque, salendo sulla sua ever-so-fucking-ready Transalp.


La strada per il Tenda la conosciamo letteralmente a memoria, eppure capita ogni volta di scoprire un particolare inedito. Ad esempio, fermi per un rabbocco in una stazione sul Roja, sentiamo strani schiamazzi provenire dal bosco. Ci affacciamo alla rete e scopriamo che, lì sotto nel fiume, c'è un gruppo di allegri rafters che naviga verso valle.


Aspettiamo un po', lasciandoli scomparire dietro l'ansa del fiume, quindi riprendiamo la strada anche noi, mentre curva dopo curva ci avviciniamo alla tempesta.


La strada diventa bagnata, cala un freddo umido che penetra malignamente sotto le giacche. Al di là del tunnel però non piove, c'è solo una lieve nebbia bagnata, che rende ovattate e sfumate le cornici delle cose.



Ma guarda un po', tutto diventa relativo: quella che può essere una giornata parecchio schifida per un 20 agosto, diventa una festa per un grasso lumacone che non aspettava altro per sbavare in giro.



Riflettiamo un attimo sul da farsi: l'umidità eccessiva cambia decisamente i piani; oltretutto, essendo partiti tardi per evitarci il grosso del temporale, siamo anche arrivati tardi, dunque i supermercati non sono più aperti per rifornirci di bonza e cacahuète per la consueta festa in quota.



Cambiamo dunque programmi: si va comunque in quota a montare le tende, dopodiché si torna giù a mangiare e aspettare Sax il normanno, poi si risale su a farci il bicchiere della staffa accanto ad un bel fuocherello.



Non ricordo un altro anno in cui avessimo beccato un tempo così fradicio. Neanche il primo, quando fummo costretti ad elemosinare dell'alcool alle dieci di sera per accendere il fuoco.



Andre e il talpone si prestano a funzioni di muletto, portando su merci e persone.



Sembra di stare sulle Ande, ma alla fine riusciamo a montare le tende, e possiamo tornare in città; non fosse altro per una quantità incredibile di rivoltanti mosche uscite da chissà dove. 



Scendiamo a Limone per trovare che la nebbia e l'umidità si attestano in realtà solo in corrispondenza del valico, in città non è proprio bello ma si sta decisamente meglio. Insomma, come al solito siamo stronzi noi. Questa verità viene a galla mentre ci prendiamo un aperitivo aspettando Sax. Siamo sporchi di moto e fango, i capelli appiccicati in testa, infreddoliti e malmostosi: al tavolo di fronte due tizi con mocassini e golfino allacciato sulle spalle si intrattengono piacevolmente con due ragazze splendide, e dico splendide. Devo aver veramente fatto un errore di giudizio da qualche parte, rifletto. Poi scopro cos'è, ho preso di nuovo una birra piccola. Immorale.


Ma alla fine l'arrivo che aspettavamo ansiosamente avviene: Sax è di nuovo fra noi, galvanizzato per il suo primo vero giro con la sua nuova motazza, un'Honda Hornet che aspetta solo il battesimo del fuoco, e elettrizzato per la fresca salita in solitaria verso il Tenda, al buio. 


Ed ora è qui, e questa strampalata spedizione comincia già a somigliare un po' di più ad un'avventura. Entriamo in pizzeria e diamo il via al nostro solito circo, rovesciando bottiglie, ridendo sguaiatamente, raccontando assurdi racconti, dalle evidenti falle logiche (come avrebbe fatto la vecchia a cadere, per poi aprirvi la porta, e poi farsi aiutare a rialzarsi Sax? Ha strisciato per terra? Qui c'è un evidente falla logica). Finita la cena, con l'evidente sollievo di cuochi e cameriere, prendiamo settordici bottiglie di birra e ripartiamo verso la montagna, ormai completamente al buio, un moloch nero nell'ombra. Viaggiare per i boschi di notte fa un certo effetto, soprattutto in moto, quando le luci dei fari illuminano fiocamente alberi e strane rocce, proiettando l'immaginazione nella realtà per un breve attimo. Ma alla fine siamo su, e con l'aiuto di un po' d'alcool parte un debole fuoco, quello che basta per riscaldarci e proteggerci un po'.


La mattina dopo il mondo splende, come sempre capita in montagna. Un lieve strato di fresco avvolge le cose, come se fossero incartate e nuove di zecca. Le stesse strade ieri affogate dalla nebbia, oggi rivelano nuove direzioni.


La direzione da prendere oggi è innanzitutto quella verso un bagno, devo fare la cacca. Ma prima, sosta per acqua fresca alla fontana dei Tres-A.


Salutiamo le mulattiere della via del Sale e ci fermiamo al bar Perugina di Limone, ritrovo perfetto se vuoi fare un'ottima colazione; smarozzata dal fatto che un succo d'arancia e una brioche costano quindici euro, il che è davvero greve.


Andre se ne torna giù verso Sanremo, la Bonette la conosce già, noi continuiamo verso l'ovest e il colle della Maddalena, mentre con Richi ci sorpassiamo a vicenda urlando come bimbi a ricreazione. La salita alla Maddalena è una lenta ascesa in fondo alla valle dello Stura, fra canyon di roccia che sbarrano il percorso. La strada li aggira o ci passa sotto, sale in tornanti costeggiando un'altra vertiginosa valle che si apre a sud, quindi accede ad un altopiano chiuso fra due dolci pendii, da cui cola acqua glaciale. 
E' veramente un bel mondo il nostro.


Mezzi vecchi e nuovi aspettano il loro turno, mentre bighelloniamo un po' alla baita vicino al lago e al confine con la Francia, che raggiungiamo poco dopo.


Mi fermo precipitosamente ad una capanna di souvenir e chiedo se vendono una coda di volpe. Solo dopo mi rendo conto di quanto fosse strana una richiesta del genere in un posto che perlopiù vende liquori tipici, e riesco ad interpretare lo sguardo inorridito del commesso.


Scendiamo verso Jausiers e decidiamo di affrontare la Bonette a panza piena, dunque fermiamo le moto in una piazzola e cerchiamo un posto dove mangiare. Ce n'è uno, dunque la scelta non è poi molto ardua. Nico prende un kebab al piatto (solo per veri buongustai, in pratica hai il reflusso gastrico del kebab, ma senza il divertimento di doverlo scartare), io e Sax ci smezziamo una pizza con dentro...i CAPPERI. Mio acerrimo nemico, pensavo di averti sepolto. Brigg è l'unico furbo, aspetta che gli altri ordinino per sapere cosa NON ordinare, poi prende l'unico piatto che non lo costringerà ad una sciolta bruciante quella sera. 


Torniamo alle moto, e ripartiamo, ma non prima di essere stati pinzati dal solito pazzo che c'è sempre in posti del genere. E' incredibile, è una sorta di anatema: se c'è un qualche fenomeno da baraccone, è con noi che viene a parlare, e non ci lascia mai prima di aver tentato di farsi capire fra balbettamenti salivosi, o di averci minacciato di morte o condannato all'eterna dannazione. Poracci, chissà cosa vedono in noi. Questa volta tocca ad un tizio su uno di quei scooter elettrici per anziani, probabilmente non sa come fermarlo dunque continua a parlarci girando in tondo, parlandoci in un francese letteralmente inventato. Un po' perplessi accendiamo le moto, passa una signora scheletrica che tossisce apposta in modo forzato e ci guarda male borbottando insulti fra sé. Let's get the fuck outta here.



Attacchiamo la Bonette con rabbia e immotivato disprezzo. Mi diverto un mondo, e arrivo abbastanza in alto, prima di accorgermi che non ho nessuno dietro. Magari si sono fermati a far foto, penso. Mi rilasso e faccio foto anch'io: d'altronde la vista non è affatto male.


Ma passa veramente troppo tempo, e comincio sul serio a preoccuparmi: da dove sono riesco a vedere la strada per chilometri, e fin dove riesco a vedere, non c'è traccia degli altri. Decido di tornare indietro, e non ho fatto molta strada prima di vederli salire con aria afflitta. Mi affianco a Richi che chiude la fila con una faccia funerea e gli chiedo che è successo. "Sono scivolato", mi fa. Seguono parole irripetibili. 


Ci fermiamo sotto il primo cartello disponibile su cui appiccicare adesivi, e controlliamo i danni. Non c'è nulla di particolarmente grave, solo qualche limata qua e là, certo un po' antiestetica, ma nulla che il magico Pinton non possa risolvere con la sua carrozzeria alchemica. Sax è giustamente irritato, anche un po' spallato, ma cerchiamo di tirargli su il morale e con un puntello in più ci rimettiamo in marcia.


Fumo blu e cielo arancio, mentre ci avviciniamo per un'altra volta al giro di boa della vetta. Il paesaggio cura le ferite e l'orgoglio; un po' di sangue e graffi valgono forse la conquista di una vista superiore, una capace di sopperire alla mancanza di lungimiranza e saggezza nelle cose che richiederebbero una maggiore attenzione da parte mia. Almeno questo è quello che penso, euforico e stranito, finché non spengo la moto e vedo Richi che nonostante la limata sorride. Dopo tanti anni, il posto più bello che posso aver raggiunto è quel tipo di sorriso, quello che ti concedi in faccia alla stortura che a volte le circostanze prendono.



Oddio, qua non è che sorrida granché.


Nico contempla l'abisso. La ricchezza d'animo di questo ragazzo non manca mai di insegnarmi qualcosa, ed è una delle cose che stimo di più. Potrei fare lo stesso discorso per tutti gli amici di questa stravagante compagnia disunita, e multiforme come il Maui delle leggende, ma non lo farò, perché so di aver sfondato abbastanza i coglioni. Anzi mi sorprende che siate arrivati a leggere fino a qua. State fatti di Seconal?


Insomma, le montagne hanno un loro modo di farti sentire umile e riconoscente. A volte avviene attraverso una serata all'addiaccio in mezzo alla fanga, a volte devi angosciarti per una limata dal nulla, altre volte ancora ci vuole il bruciore di stomaco per i capperi, per ricordarti di quello che hai, e di quello che puoi raggiungere (ovvero un digestivo).


Rinfrancati da riflessioni e paesaggi di tal schiatta, ci stiamo per avviare quando una signora francese dall'aria preoccupata ci chiede se abbiamo della benzina. Non vado mai in giro senza un litrello di sbrenza in una sborraccia militare, dunque le dico di sì. Gliela verso nel serbatoio della macchina, lei mi ringrazia e cerca di cacciarmi in mano 20 euro. Accarezzo la visione di quello che potrei fare con 20 euro, tipo stappare un Crystal, su un elicottero noleggiato, con una stripper con una gamba ingessata; poi l'onestà brutalmente riprende il controllo e faccio il gran gesto di rifiutare, aggiungendo anche "Les motards s'aident entre eux", per cui pure con la chiosa finale da stronzo.


Mi fermo durante la discesa a fotografare per un'ultima volta la Bonette, con la sua cima che sembra una vela lassù in alto. Bello avere una casa nel vento, in estate. 
Ma ora ci aspetta il durissimo canyon del Tinée. Durissimo perché collega la Bonette direttamente con Nizza: da quest'ultima risale un vento fortissimo e caldo, che soffia e spazza le gole senza tregua. Siamo controvento, curvando attorno alle garitte sul fiume là in basso.


Nico è bello incazzuto per l'ultima corsa verso la costa. L'ultimo tratto del canyon si apre improvvisamente, uscendo dalle montagne, e l'aria comincia a profumare di salmastro.


All'ultima sosta, sulla corniche sopra Nizza, ci sdraiamo nell'aiuola, distrutti dal caldo e dalla sete. Ci dissetiamo con un po' di Redbull, che sarebbe ora cominciasse a sponsorizzare i reni di Nicola, poi ci ributtiamo nella mischia, arrivando a casa verso sera.


Per certi versi, tornare da un qualunque giro, o viaggio, o raid, somiglia da vicino ad un doposbornia. Quello che credevi di aver risolto andando in cappella completa, al tuo ritorno sulla terra è sempre lì. La soluzione solo raramente viene raggiunta risolvendo quel problema. Il più delle volte, basta non smettere di bere.


Scherzo, ovviamente. Ma manco tanto. Ne riparleremo.
Rimane una settimana precisa prima del mio ritorno a Roma, mi sparo le ultime cartucce sulla mia stradina preferita. In città siamo rimasti in pochi, anche Alig torna a Modena. Ci lascia un meraviglioso pensiero per il viaggiatore, liberamente ispirato dai fatti dell'anno scorso; una poesia dedicata alla forza che ci facciamo a vicenda, sapendo che ci ritroveremo, prima o poi, di nuovo insieme per strada.

"Ode alla benna"

"La benna allunga il suo saggio ma severo braccio sopra ognuno di noi.
E noi, impotenti contro il mondo, sotto di essa ci ripariamo..
Oh viandante che vai a lungo errando! Vorrai tu trovar rifugio nel tuo coraggio..
O dalla suprema forza della benna ti farai tenere in grembo?"


Il fuoco sulla montagna mi ha caricato, sono motivato quel che basta per pensare, per una volta, anche al futuro che viene dopo quello che mangerò la sera. Ma forse non ho compreso appieno gli avvertimenti che quel fuoco cercava di dirmi. 
La terra brucia quella sera; la terra trema quella notte. Il risveglio alle notizie che arrivano da più in giù, nella nostra meravigliosa terra, è straziante. Ancora più straziante è sapere di essere svegli, che neanche il sonno ci difende.


Quella sera faccio il giro lungo, per evitare le pattuglie sull'Aurelia. Per tutta la serata un caldo afoso, un po' innaturale, ed uno strano odore nell'aria. Quando arrivo a Coldirodi, e vedo la collina in fiamme, capisco cos'era, e guardo a metà fra l'affascinato e l'inquieto il rogo che si consuma alle spalle della città, persa nei suoi giochi rutilanti di fronte al mare. Come un avvertimento dei boschi.


Solo Wayne resiste stolido all'accorciarsi dei tramonti, inseguendo le mulattiere più assurde su per la Villetta. Arriviamo al capolinea ad una casa abbandonata: anni fa su quella stessa stradina Carlo faceva i salti con lo Zoomer truccato, usando un dosso del terreno. Oggi niente più salti, solo una coppia con una macchina d'epoca che evidentemente cercava di appartarsi per un po' di divertimento in due, e viene inevitabilmente disturbata dal nostro arrivo. Cercano di scendere oltre, ma oltre c'è solo il ruscello, e li sentiamo sfrizionare per un quarto d'ora prima che riescano ad andarsene. Ce ne andiamo anche noi. Mi mancherà la sua rincuorante demenziale compagnia.


L'ultimo appuntamento da non mancare prima della resa dei conti è la grigliatona a casa di Nico. Non si registrano particolari avvenimenti, tutto fila sorprendentemente liscio, con Piz che funge da master grigliatore, ma poi si infastidisce se gli dico "trentantanta". Abbraccio tutti e mi si commuove il fondoschiena, o forse è quella salsa all'uranio arricchito che ho messo sugli hot-dog che comincia a chiedere dazio.


Me ne vado ripensando all'ultimo tramonto verso ovest, in uno di quei pomeriggi che regalano una vista clamorosa: vedi tutta la costa, penisola dopo penisola, perdersi in lontananza. Sono visioni così a farmi andare in moto, l'ultima visione che avrò quest'estate.


Chiaramente non si scappa troppo lontano dall'idiozia: nella foga pre-partenza decido di cambiare le pastiglie posteriori, ormai frolle dopo tutte le pistonate sui monti. Ma anche il più semplice dei lavori diventa melma fra le mie mani; e neanche Cecco riesce ad aiutarmi: una pasticca rimane frenata. La mattina della partenza, dopo 20 km, fumava manco fosse un tabagista cubano; la migliore soluzione che mi viene in mente (dunque forse la peggiore per qualunque persona dotata di serietà), è quella di levare la pastiglia, e di viaggiare senza freno dietro.


E osservo la mia piccola mentre mi scarrozza su e giù per l'Italia, per l'ennesima volta. Mi rendo conto che non sono io a prendermi cura di lei (no davvero), ma il contrario. Una lercia casetta su due ruote. Mi aggrappo a lei, mentre mi avvicino all'apice, alla vera cima da valicare di quest'estate.


E fallisco miseramente. La mia estate si schianta, abbattuta dalla contraerea, dentro un bicchiere di succo alla pera, in uno squallido bar sulla Portuense.



Tutta quell'irrequietezza, tutte quelle gioie e momentanee euforie, ogni singolo istante di quest'estate ha costruito un percorso che mi ha portato a quel momento, a quelle parole, a quello schianto.
Oh well.


Va bene comunque, anzi non potrei chiedere di meglio, che essere solo contro la pioggia che piano piano si avvicina.
Belìn in realtà sto veramente bene, carico come un elettrone, pronto a frizzare in aria se colpito da un fulmine.
Mi serve tutto, ma forse nulla di più di questa smania incessante che mi percorre certe notti, e mi rende insonne, mentre percorro una strada che non ho mai fatto, parlo una lingua che non ho mai imparato, vedo foreste e rocce e occhi e laghi e fiori e fiumi che non ho mai osservato, e mordo la polvere, e digrigno i denti, e sguazzo sull'erba, e mi sporco i pantaloni, e mormoro insulti, e mi attacco al manubrio, e rido come un matto, per cose che solo io ho sentito.
E poi, mi sveglio. E rimane un solo pensiero.


Roma.
Merda. Sono ancora soltanto a Roma.