SP #21: Benny



Benedetta Zaccherini.

Style For Miles.


Il primo ricordo che ho di Benedetta risale ad una tiepida notte di giugno di tre anni fa: per le strade di Biarritz furoreggiava una torma di motociclette, echi di rombi e risate salivano nella notte stellata, in una fantasiosa follia tropicale sulle rive dell'Oceano.


In mezzo a quel dolce impazzire ubriaco, alcune persone e alcune moto saltavano agli occhi per lo stile, la grinta e la simpatia: una di queste persone, un'amazzone dalla lunga treccia castana, viaggiava su una cattivissima BMW rossa alluminio.



Nei tre giorni della manifestazione ho girato con l'affiatato gruppetto che si era creato: i due mattacchioni di Motoré, Mauro e Lollo, Andrea Sileo su un'altra strepitosa BMW, il barbuto Vik sul suo Sportsterino mannaro, e proprio lei, Benedetta, sulla racer tritamiglia su cui ha percorso mezza Europa, e conosciuta in tutta Italia.


I ricordi di quelle magiche nottate per le strade di Biarritz sfumano, nella mia memoria somigliano sempre più alla psichedelica e disneiana Bahia dei Tre Caballeros.



Sapendo di quanta storia e strada aveva fatto Benedetta in sella a questa moto, non vedevo l'ora di farmi raccontare le sue avventure, e fare due foto al mezzo: l'occasione arriva presto, solo tre anni dopo, in un meraviglioso pomeriggio romano. Il sole splende, lo Zodiaco è a due passi, e tutti si voltano a guardare uno splendido unicorno bianco e alluminio che straccia l'asfalto della metropoli.



La terrazza panoramica dello Zodiaco ci aspetta. Il proprietario del bar ci fa il favore di farci mettere la moto con lo sfondo del belvedere, e tutta Roma è ai nostri piedi: lontano si scorgono Tivoli e le prime propaggini degli Appennini; in fondo in fondo, quella che sembra una nuvola bianca, è in realtà la linea di neve che ancora resiste nel cuore delle montagne.


Aspettando che qualche turista si levi dal campo visivo e anche dai maroni, Benny ne approfitta per levare una staffa antiestetica dal manubrio. "Reggeva lo specchietto", sorride, "è durato pochissimo". 



Fatto. Mentre un gatto sornione si sdraia pigramente sulla sua giacca, Benedetta comincia a parlarmi della motocicletta.



"La moto è in origine una R 100 CS, anno 1982", racconta la nostra amica, "mio padre la prese di seconda mano nel 1992". Cosa fece decidere suo padre a darla a Benny?



"Diciamo che si convinse quando mi vide partire all'avventura per l'Isola di Man, con un Hondina CBFour 400", ride Benedetta, "il viaggio andò benissimo, ma decise che questa era più adatta a traversate del genere!". La loro storia insieme inizia dunque nel 2014, dopo il suo primo viaggio a vedere il Tourist Trophy, una meta e una manifestazione molto care a Benedetta, come vi racconteremo più avanti.



Nelle sue mani la moto non tardò a cambiare decisamente aspetto, e a ricevere quella dose di grinta e tarrello che me ne fece innamorare a Biarritz. "La prima versione fu realizzata con i ragazzi di Emporio Elaborazioni Meccaniche", precisa Benny, "aveva un serbatoio Laverda rosso, così come il codino che era invece una replica per le Norton". Fu adattato e montato sulla BMW, praticamente l'unico pezzo della carrozzeria rimasto nella versione attuale. La mezza carena, invece, era stata realizzata da Tank Shop, in Scozia.



Quella versione, soprannominata "La Gagliarda", rimase intatta per ancora un paio d'anni, prima che la scimmia per le gare di accelerazione (o sprint races) prendesse il sopravvento, e Benny decidesse di darle una garra ancora più decisa, esteticamente e meccanicamente.



Per questo scopo, Benny si è rivolta ad uno dei migliori specialisti italiani in materia di BMW, ovvero Alberto Palma a Perugia: veterano meccanico del team Dakar di BMW (al seguito di un certo Gaston Rahier, due volte mattatore della leggendaria corsa, a quanto pare soprannominato Gaston Sdrahier per la posizione di guida che assumeva nei tratti di deserto), chi meglio di lui per dare al motore quella sveglia necessaria allo sparo sui 200 metri?



Pistoni e albero vengono alleggeriti, l'impianto elettrico rifatto, la frizione diventa idraulica, mentre i Bing di serie vedono la strada per lo scaffale, sostituiti da due italianissimi Dell'Orto da 40mm con velocity stacks d'ordinanza; a completare il tutto due perfidi terminali Galassetti, dall'urlo rauco e feroce: nasce così Dragonfly, la nuova metamorfosi dello strepitoso BMW.



A questo brutale aggiornamento meccanico si affianca una decisa rivisitazione estetica: il serbatoio Laverda rosso viene sostituito, in favore di una replica fatta a mano dell'originale BMW, direttamente dall'esotica India. La nuova carena, ora "completa" e più avvolgente (fantastico lo spazio per mostrare i celebri cilindri del boxer), è realizzata in Inghilterra da un'altra azienda specializzata nel settore, la Flat Racer di Londra, un posto dove la cultura racer è di casa.



Le forcelle provengono sempre dal mondo teutonico, più precisamente da un vecchio K 1200 S di data ignota (immagino quando la serie K era ancora guardabile, e non quei mamozzi terrificanti degli ultimi dieci anni).



Gli strepitosi cerchi a razze (non so voi, ma a me ricordano dei fiocchi di neve) rimangono i suoi originali, e non fanno che aumentare la verve da sparo del mezzo di Benny.


La seduta spartana è realizzata avendo in mente un unico momento, si direbbe: quel momento in cui l'adrenalina trova finalmente uno sfogo, il gas si spalanca e l'annichilente spinta aerodinamica ti lancia all'indietro sulla sella contro l'ossuto cuscinetto sul codino, e sei un proiettile umano aggrappato ad un telaio ed un motore a scoppio. Quel momento e, ovviamente, il momento in cui parti per un viaggio; vi sembrerà poco comoda, ma l'abbagliante verità è efficacemente esemplificata da Benedetta: "La sella è perfetta per viaggiare: meno chiappa appoggi, meno chiappa si addormenta". Masterpiece.


Quest'attitudine così sfrontata, a quel mondo di corse clandestine e aeroplani su due ruote, rigurgitati in notti piovose da bottegacce perse fra i docks sul Tamigi, evidentemente scorre potente in Benny, un po' come la Forza nei gemelli Skywalker: a tal punto che la nostra eroina sta ora iniziando il suo addestramento Jedi fra le marce paludi di Dagobah. No aspetta ho fatto un casino, intendevo dire che questa passione si è trasformata in qualcosa di più, come mi dice poco più tardi davanti ad un paio di birre fresche.



"Quest'anno avrà inizio il primo Campionato Nazionale di Sprint Race italiano", dice orgogliosa Benny, impegnata in prima linea nell'organizzazione e nella promozione di questo sforzo logistico, "siamo finalmente riusciti a farlo omologare dalla Federazione Motociclistica Italiana - prima volta nella storia!".



"Prenderà il via il 29 aprile, in occasione della seconda Yard Built Fest al circuito ISAM di Anagni", prosegue mentre il sole si dà una calmata, e una certa fresca luce pomeridiana comincia a dorare le cime degli alberi di Monte Mario, "ci saranno 6 gare, in tutta Italia. Altre tappe saranno in occasione di altri eventi, come i Wildays a Varano de' Melegari in provincia di Parma a fine maggio, o The Reunion a Monza a metà maggio". Nomi e circuiti storici per quello che promette di essere un campionato decisamente interessante e inedito, e soprattutto mooolto divertente.


Il 6 aprile infatti, presso gli amici di Moto Scomode e Fomento Board (partner di Yard Built fest, dove potrete fare una gara di accelerazione in sella a...tavole da skateboard), si è tenuta una serata di presentazione del campionato, volta anche a scegliere le Flag Ladies per le varie tappe: "La modalità di partenza sarà, diciamo così, 'analogica' ", sorride Benedetta, "le ragazze daranno il via col classico salto e la bandiera scacchi in mano".


E questo fomento per le corse, come abbiamo detto più su, è qualcosa che viene da molto lontano per Benny. Si avverte una vibrazione diversa nella sua voce quando comincia a raccontarmi del fantastico viaggio che fece nell'estate del 2014, da sola, verso la terra dove nacque la cultura delle road races, quelle gare ridicolmente folli fra case e viali di città e curve di campagna, facendo il pelo a muretti di pietra. Quella terra che ancora oggi ospita la corsa forse più insana e controintuitiva della storia, lo spettacolare Tourist Trophy sull'Isola di Man, persa nel tratto d'oceano fra Gran Bretagna e Irlanda.




"Dopo il Wheels & Waves a giugno", inizia Benny, "quando voi tornaste a casa, io rimasi per strada: proseguii verso il nord della Francia, da dove presi un traghetto per Portsmouth. La prima tappa del viaggio in Inghilterra fu Stonehenge, ma ne rimasi un po' delusa: hanno messo un recinto tutto intorno, o paghi il biglietto per entrare o prendi un trenino che ti fa fare il giro". Suona abbastanza deprimente, e Benny decide di proseguire verso Londra e il leggendario Ace Café.



"Ogni volta che mi sono trovata a Londra ne approfittavo per andare all'Ace Café: la cosa magica è che verso le 6 del pomeriggio tutte le officine e i gommisti lì intorno chiudono, e vengono a farsi la birra di fine giornata. Sono tutti veterani di quella scena e di quella cultura, e hanno apprezzato che fossi arrivata fino a lì con una moto del genere, puoi stringere amicizie nel giro di cinque minuti". Qualcosa che accade spesso mentre sei sulla strada.



"Da Londra sono andata verso Liverpool", prosegue Benny, "da dove poi mi sarei imbarcata per Man. La giornata di viaggio da Londra a Liverpool è perfetta: non c'è molta distanza, puoi permetterti di fermarti a vedere qualche posto lungo la strada e arrivi a Liverpool in tempo per farti una birra ai bellissimi docks portuali della città, e prendere il traghetto nel tardo pomeriggio". 



Sull'isola Benedetta passa tutta l'estate, godendosi il TT e tutte le diverse manifestazioni motoristiche che si tengono sull'isola, e approfittando della vicinanza all'Irlanda per esplorare l'ambiente e i paesaggi della Emerald Isle. "Andai verso Armoy, di cui conoscevo le road races. Lì sono rimasti tutti abbastanza randagi, non c'era nemmeno un comitato: il motoclub organizzatore stava dietro un'anonima serranda mezza abbassata dentro il paesino. Sono stati fantastici nell'accogliermi: non avevo un posto dove stare, ma con un giro di chiamate mi hanno trovato un letto in un posto meraviglioso perso nelle Dark Hedges. Girai anche tutta la costa nord dell'Ulster, furono giorni meravigliosi", ricorda la rider. Mica male trovarsi in posti come questi.


"Ma anche le giornate sull'isola erano meravigliose: nei periodi di pausa fra i weekend di gare, partivo la mattina e esploravo ogni volta un posto diverso. Quando si avvicinava la golden hour poi, che c'è di meglio che farsi il giro del Mountain?". Il circuito del TT, di una 60ina di chilometri, è perfetto per un giretto serale: "non ti so descrivere l'atmosfera. E' qualcosa che devi vedere tu stesso: immagina colline coperte di prateria, dorate alla luce del primo tramonto. Tutto è acceso, i colori sono intensissimi. E sei nello stesso posto dove passano a 200 all'ora i piloti, puoi vedere la strada che si rincorre sui crinali. E' impagabile".
Momento di silenzio, sorso di birra. L'immaginazione mia e i ricordi suoi prendono il sopravvento per qualche attimo.





"Andarsene da lì non è stato piacevole, dover tornare al lavoro, alle menate..", riprende Benny, "...ma il viaggio di ritorno è stato comunque molto bello, feci anche tappa al lago d'Iseo, da Stefano Bonetti, uno dei pochi italiani a correre il TT: è stato lui a farmi il cambio d'olio sulla moto! Ho conosciuto delle persone fantastiche, veramente. A parte Stefano, ho incontrato anche l'immenso Davidone Ansaldi, un vero eroe, che corre il TT senza una gamba. Oppure Chris Uzal, fotografo francese, beccato per caso ad Armoy a seguire le road races"...




..la lista di incontri è lunga. E ognuno di questi, ogni curva, ogni parola scambiata con un estraneo sono la chiave: se i paesaggi sono il meraviglioso sfondo, gli incontri che si fanno durante un qualsiasi viaggio sono i soggetti in primo piano (sta metafora non si può sentire, me ne rendo conto), in grado di arricchirti immensamente e darti prospettiva.



Come viaggiare non c'è nulla, come viaggiare in moto ancora meno, credo. "Spero non accada mai qualcosa per cui me ne debba pentire", sorride Benny, "ma non credo succederà mai. Andare in moto è...", cerca di concludere. "Il massimo?", azzardo io. Annuisce pensierosa: come lei stessa ha detto, certe cose non si riescono a descrivere, bisogna andare e provare. 
Ultimo sorso di birra, le cime dei pini ondeggiano alla prima brezza della sera.



La golden hour cala anche su Roma. Non sarà altrove, ma può bastare.


Seguo Benedetta ripensando al suo racconto, alla calda suggestione che ha scatenato inarrestabile nella mia testa; il tipo di impressione capace di farti perdere nella fantasia, o farti progettare un lungo viaggio, o farti vedere con occhi nuovi la stessa realtà. O, può darsi, era solo la birra a stomaco vuoto.
Ma mi sento calmo e sereno, e grato a Benny per il racconto, le foto, e non solo per la birra che mi ha voluto offrire.


Ci salutiamo all'incrocio con la Trionfale. Benny prende a destra, io dall'altra parte; si scende di nuovo nel caos della città che, solo per un breve attimo, illuminata così di traverso dal sole, mi ricorda un altro posto, forse una misteriosa e remota Bahia.


✠ ✠ ✠

Comunque "I 3 Caballeros" best cartone everest. Si dice che in una scena si veda il riflesso di Satana nell'acqua. Non saprei, ma quello che so è che questo film e gli acidi stanno insieme meglio delle macine col latte caldo. Meglio del gauchito con l'asino volante. Meglio di Panchito Pistoles con le pistoles. Avete capito. Pensateci sopra: per l'infanzia non c'è film migliore.

Hai mai visto Bahia Paperino???