SP #22: Cosmo



Lord, I Was Born A Rumblin' Man..


La prima afa di maggio non è che peggiorata da un'atmosfera stagnante; nubi grigie spengono la luce del primo pomeriggio mentre qualche goccia trova sfogo in terra, spandendo un odore acre di asfalto caldo.



La Pontina, statale 148, è una delle tante arterie che ogni giorno pulsano e pompano migliaia di macchine dentro e fuori il cuore di Roma. In questo sabato pomeriggio sgomitano e si fanno largo verso l'Agro romano, mentre un forte vento mi inchioda a 90 all'ora sulla corsia interna, quella con più buche e tir, per capirci.



Il giorno prima un incendio ha raso al suolo un deposito di rifiuti plastici dalle parti di Pomezia: la nube nera è ancora ben visibile mentre mi avvicino, e quando ci passo davanti, coprendomi il viso con il guanto, si vede che il fuoco sta ancora andando. Ci vorrà tempo per spegnerlo, e ancora di più per smaltire le orrende quantità di diossina e idrocarburi disperse nell'aria. Il vento non aiuta, soffia vigoroso verso il miracolo naturale che sono i campi e le colline del sud del Lazio, una terra grassa e fertile di raccolti praticamente spontanei.


Una quindicina di chilometri sotto Pomezia, passata la rocca di Ardea, inizia la città urbana di Aprilia: un conglomerato sterminato di una trentina di piccoli centri nati dopo le bonifiche del Fascismo, cresciuti a dismisura con il boom economico e la massiccia industrializzazione degli anni '60 e '70. Ora costituiscono un'unica rovente megalopoli, case non più alte di quattro piani, chilometri e chilometri di capannoni industriali e insegne giganti, decine di supermercati: quasi centomila abitanti per un territorio di una quarantina di chilometri, esteso fra i sobborghi di Ardea e le prime propaggini di Latina.



Nomi storici e fantasiosi come Campoverde (una volta Campomorto), Borgo Bainsizza, Borgata Agip, sono la diretta testimonianza della loro origine: dormitori per i contadini del nord "chiamati" da Mussolini a coltivare e colonizzare l'Agro romano e l'Agro Pontino. Aprilia era il naturale crocevia, a metà strada fra la Capitale e Littoria, ora Latina, e a metà strada fra il mare di Anzio e i colli Albani. 


Ora le crepe sulla Pontina, i roghi di plastica, i capannoni dismessi sono l'ombra e la traccia sbiadita di un territorio una volta ricco di lavoro e vita, il cuore operaio del Lazio, gente abituata alla fatica ma sempre sorridente. Ma a guardare bene, anche in questa giornata così strana, c'è ancora spazio per un po' di bellezza e belle storie.


Esco dalla Pontina all'altezza di Montarelli, grazie a Dio è uscito il sole. Al semaforo, appena scatta il verde, un'Audi TT targata Russia mi sorpassa a tuono, rischia il frontale con un trattore, poi si catafotte sulla 148 verso sud. Mi inoltro in un bel quartiere di casette dai colori allegri e giardini verdi, una piccola oasi di pace variopinta nascosta ai fumi e il grigiore della Pontina. 



Sono qui per incontrare Cosmo, presidente dei Rumblers CC di Roma: sezione di uno dei Car Club più rispettati e rinomati al mondo, e uno dei pochi ad aver tenuto accesa la fiaccola del miglior kustom in anni di billet televisivo e sovraesposizione mediatica.



Il protagonista di questa storia mi raggiunge in strada, nella quiete della siesta giunge la voce di sua figlia che lo chiama e lo saluta dal balcone. Il papà risponde con un sorriso, quindi scendiamo in garage, dove dormono le sue due motociclette, due storie bellissime condite dal sorriso onesto e dalla lunga barba del loro proprietario: sì, perché se Cosmo si occupa di mandare avanti un fierissimo Car Club fomentato per macchine e hot rod americani, è però sulle moto che ha trovato la sua prima via d'accesso a questo magico mondo che è il custom.


La prima di cui mi parla è lo Sportster, un 1200 Sport 4 candele, Mikuni da 42, filtro aperto e (in precedenza) 2-in-1: una specie di missile terra aria insomma. 


"Ora la moto sto cercando di rimetterla a due posti, un po' più tranquilla", mi spiega, "anni fa volli andare contro tendenza, fare una café racer quando nessuno le faceva. Era un aeroplano, ma forse dovevo seguire le mie idee e fare qualcosa di più consono", riconosce candidamente. 


Argomento condivisibile, ma il vissuto Sporty ha un indiscutibile carisma: codino e serbatoio sono verniciati dal compagno di club Massy Z, tatuatore e verniciatore dalla fama piuttosto cult nella scena underground romana. Il codino viene realizzato artigianalmente; il serbatoio (che non vedete qui) è un pregiato pezzo Harley. 



In queste foto ci vedete montato un altro serbatoio, dalla storia altrettanto lunga e prestigiosa. Inizialmente era del mitico Sergione, nome di preclara risonanza nel mondo custom della capitale: lo aveva fatto pinstripare nientepopodimenoché dal Blaster. Era poi passato al Vona, il barber della Barbers Crew (all'epoca), ed ora membro effettivo dei Rumblers.



Il Vona lo aveva quindi montato prima sul suo Sportster, e successivamente sullo Shovel che poi vendette proprio a Cosmo. 


Sul bancone, fra chicche pazzesche di chissà quale epoca, si vede già qualche pezzo pronto per essere montato sullo Shovel. Uno è questa bianchissima sella di provenienza sconosciuta ( "M. Ignota, matrice ignota", ride il Cosmo), simile alle Bates o le Giuliari in voga negli anni '60.


La palletta che c'è davanti è invece il ritrovamento di qualche mercatino, un pomello per il cambio in bachelite, a cui qualcuno ha aggiunto il topastro Rat Fink di rothiana memoria. "Lo presi per montarlo sulle macchine, ma può andar bene anche per il cambio a mano sulla moto!", il che ci riporta a bomba allo Shovel che riposa fuori dal garage. 


Con un po' di capricci ( "Forse è partita la molla del kick", è la diagnosi), il cazzuto teste a pala prende vita, e prendiamo le viuzze di Montarelli in cerca di un qualche scorcio dove far foto.


Scavalchiamo l'iperattiva Pontina..


...e ci dirigiamo verso un pratone di erba alta, per qualche foto alla luce del sole.


Qui Cosmo mi può raccontare più in dettaglio della moto, del club, dei suoi viaggioni pazzeschi, e pure droppare qualche nota di colore sullo sviluppo socio-economico di Aprilia e dell'Agro romano. Tutta la pappardella geo-politica che ho scritto all'inizio e che sembrava farina del sacco di Wikipedia, in realtà erano informazioni di prima mano da Cosmo.


Come già detto, questo Shovel ha cambiato mano un paio di volte prima di approdare stabilmente nel garage del nostro eroe. Inizialmente era lo storico mezzo del Camo, uno dei meccanici più conosciuti e stimati a Roma. 



Quando poi passò al Vona, lo stesso Camo usò un po' della sua magia per dare una rinfrescata estetica alla motocicletta.



In quella versione, la motocicletta aveva un buckhorn in due pezzi stretti da una morsa Ironhead, e il serbatoio blu di cui sopra, per l'appunto.


Ma nelle sapienti mani del Cosmo non passa molto tempo che lo Shovel cambi aspetto. "I miei mezzi devono avere qualcosa di mio! Sia chiaro, nulla di personale, ma mi ero un po' rotto che vedessero la moto e dicessero "Anvedi, la moto der Vona", per cui ho cominciato a cambiare qualcosa", ci racconta Cosmo ridendo sotto i baffi.



Il buckhorn due pezzi vede dunque la via per lo scaffale, soppiantato da uno z-bar, per il quale sono pericolosamente di parte, dato che a presuntuosissimo parere mio è il manubrio definitivo. "Questo lo presi addirittura nel '99, è della Paughco. Mai montato fino ad ora. Direi che ho fatto bene a tenerlo!".



Il peanut blu è soppiantato invece dal serbatoio precedentemente sullo Sporty ex-cafè racer. "Questo pure lo comprai parecchi anni fa, nel 2002. E' un Aermacchi AMF (probabilmente da uno Z90, ndr), credo del '75. La bancarella che ce l'aveva me lo vendette a 30 euro! Ora vanno via a cifre assurde", sghignazza il nostro amico.



Anche questo pezzo vede la mano esperta di Massy Z dipingere un fumettone a tema calavera chicana sulle guance, e il montaggio a filo del telaio contribuisce alla linea funky e peculiarmente personale della moto.



La motrice di tutto l'ambaradam rimane il cone Shovel  del '79, dunque già nella mitica cilindrata 1340, intuibile dalla sincope ritmica del minimo. "Il cambio invece è il solito 4 marce, indistruttibile ma un po' cagacazzi", riassume efficacemente Cosmo. "Oddio, speriamo indistruttibile", si corregge toccando il telaio di ferro.



A farlo respirare ci pensa un onestissimo CV: "Se vai a vedere carburatori come il Dell'Orto e questo Keihin li stanno montando in tanti. Sarà bruttino, ma evidentemente funziona bene. Si saranno accorti che esser fighi e rimanere a piedi forse non è così bello come esser brutti e andare in giro?", scherza, ma neanche tanto, il nostro amico.


Le forche, allungate di un 4 pollici, provengono con molta probabilità da uno Sportster, così come le piastre e il faro. A "frenare" (virgolette dovute) la ruota anteriore da 21" ci pensa un inedito tamburo di una qualche Yamaha. "Ma serve giusto per le partenze in salita, non è molto efficace", ammette Cosmo.



Il telaio wishbone è della stessa madre ignota della sella, mentre il serbatoio dell'olio è un classicissimo ferro di cavallo.



Sella a due piani e sissy pettinato all'indietro sono invece opera artigianale del Camo, e risalgono all'epoca del passaggio tra le mani del Vona. 



Il parafango dietro è uno a lama per la bassa manovalanza, mentre lo stop posteriore sullo schienale riprende i Duo-lamp delle vecchie Ford, una materia che per Cosmo non ha segreti.



"Col Club di macchine ne abbiamo avute parecchie", comincia a raccontare il nostro barbuto amico, "io cominciai con un Ford Shoebox del '50, veniva con il suo V8 Flathead originale, matching numbers". Paroline magiche, queste ultime, che mettono l'acquolina ai cultori di queste bestie. Se vi ricordate, quella macchina la conosciamo bene: ora scarrozza il mitico Gianluca Rossi con stile e potenza.




"Successivamente ne ho avute tante altre, prima un Hot Rod Roadster del '30, poi una Nash (la rivale di lusso delle Ford), sempre del '30". L'elenco prosegue, con nomi piuttosto mitici: "ho avuto anche una Mercury Monterey del '53, che ora è del Vona, ed in cambio ne ho avuto un pick-up, uno Chevy Apache del '57, che per ora tengo. Ma con il Club ne stiamo sistemando altre, tra cui una Chevy Impala". Quest'ultima me la ricordo bene: l'ultima volta che li andai a trovare, nel loro quartier generale sotto Casalazzara, riposava sotto un albero: "ecco, ora la stiamo mettendo a posto!" 



In Italia i Rumblers hanno due chapter, uno a Roma di cui Cosmo è il presidente, e uno a Milano, per un totale di 9 membri effettivi. Se vi sembra scarno come numero, rileggetevi l'elenco di mezzi da paura che il solo Cosmo ha messo insieme con i suoi quattro fratelli (cinque se contiamo un prospect) del Club romano: per dire, pochi ma decisamente buoni.


Le avventure che ha vissuto con il Club e il suo fratello di altra madre Simone sono esilaranti e sfiorano la mitologia. "Ricordo quando andammo a Bottrop nel 2012, con un F100 del '56, motore 7000: fu il raduno in cui presi i colori, e per arrivarci ci mettemmo 22 ore ad andare e 22 a tornare. Di raduno effettivo ne facemmo solo 4 o 5!"



O ancora un epico viaggio a Jesolo: "Andammo su con la prospettiva di dormire una notte, dunque decidemmo di dormire nel cassone. Inutile dirlo, ci prendemmo un freddo da morire, stavamo congelando".



Ma i viaggi con il Club sono solo una piccola parte delle decine di avventure che Cosmo, un ramblin' Rumbler se ce n'è uno, ha vissuto in tutta Europa; prima in moto e poi con le macchine. "La mia prima moto fu un Guzzi V65, lo presi nel '96. Nel 2001 presi lo Sportster che hai visto in garage. Ricordo ancora che lo comprai il 18 di febbraio, e i primi di aprile ero già del meccanico per il tagliando degli 8.000 km". 



Una media piuttosto rimarchevole, così come le storie che accompagnano quei chilometri: "la domenica, quando faceva bello, passavo a bere un caffè nel bar dove lavorava mia moglie. Dopodiché mettevo il casco, accendevo la moto, ed è capitato che quando mi fermavo a pranzo ero finito ad Ascoli Piceno o anche a Rimini! Belli i pranzi al mare..", ricorda Cosmo.


Molte di queste picaresche peripezie vedono la compagnia del suo più grande amico, Simone, con cui ora condivide anche gli oneri del Club. "Simone l'ho conosciuto nel '96 o '97. Con lui ho condiviso tantissimo: mi ha dato molto della sua vita, così come io ho dato a lui tanto della mia". Un'amicizia costruita anche dalle disavventure per la strada: "mi ricordo in Corsica, la batteria del mio Sportster morì nel bel mezzo del Deserto delle Agriate. Riuscimmo a tornare indietro facendo un ponte con una batteria di uno scooterone!". O ancora verso Praga, alla volta del leggendario Super Rally, nel 2003: "Ero dietro di lui in autostrada, quando vidi che la ruota gli si spanciava: si era praticamente sraggiata in corsa...ci dovemmo fermare, sollevare la moto su una latta d'olio, sistemare la ruota..ma riuscimmo ad arrivare comunque!".



Materia da leggenda, se non fosse che sono tutte storie di vita vera, vissuta e goduta fino al midollo - come vorrebbe Thoreau - come la moto che riposa in garage. "Quello che ho, l'ho sempre sudato. Per me arrivare ad avere la mia prima moto, e poi questo Sportster con cui ho fatto tutti questi chilometri, è stato grandioso. Ogni periodo della mia vita ha una quantità di ricordi bellissimi, e dal '97 in poi per molti anni, è stata pura vita: i viaggi, mia moglie, i miei figli. La vita ti dà sempre di più". Un traguardo continuo, ma meravigliosamente gratificante ogni volta. "Per questo non vorrei davvero vendere lo Sporty, l'ho goduto all'osso per più di 70.000 chilometri, e sto cercando di farlo a due posti".



Un infinito "girare" che assume tutto un altro colore quando si è in sella ad una moto: "ho girato in tutti i modi possibili", prosegue, mentre la luce del sole, che inizia la sua lenta discesa sul Tirreno, dipinge d'oro i contorni della strada e dell'erba alta, "ma solo quando ho ricominciato ad andare in moto ho ricominciato a notare cose che non ricordavo, che non vedevo. In moto senti la vera libertà."



Sono colpito dal karma positivo della persona che ho davanti. La quantità di simpatia, lucidità e bontà d'animo che emergono da queste spettacolari storie ed aneddoti, e le necessarie considerazioni esistenziali che ne conseguono naturalmente, sono testimonianza di una grandezza d'animo non comune, e di una leggerezza altrettanto rara.  Per non parlare della memoria personale. Per dire, io sono maniacale su certe cose, ma la data di acquisto della mia motocicletta non me la ricordo manco io.


La lezione da imparare per me, è che forse ci vuole una gran complessità per arrivare alla semplicità, ossia quelle poche cose che veramente contano, sia nel quotidiano, sia nel lungo tragitto. "Il fatto che tu sia venuto qui, a dare il tuo tempo a me", riprende Cosmo, "è una cosa che rispetto. Bisogna saper parlare, saper ascoltare, e saper avere rispetto. E soprattutto bisogna andare in giro", che è poi il teorema di base, quello da cui scaturisce un po' tutto.


"Se segui quello che ti piace, e lo fai con un po' di coscienza, non puoi sbagliare", riflette Cosmo in conclusione di tutto, "poco importa quello che fanno gli altri, le mode, le competizioni inutili. Er chopper non è che quello che porti sotto ar culo, ma quello che hai in testa".


Quest'ultima frase mi spazza via, l'apice naturale di una serie di rivelazioni Cosmiche (perdonate il gioco di parole) snocciolate con aplomb nel corso di un solo pomeriggio. Vent'anni di esperienza di questo mondo, di viaggi e avventure, di motori e metallo, rincorsi su ossi a due o quattro ruote, senza mai perdere la battuta, l'entusiasmo né la genuinità.
Ancora una volta, sono riconoscente per le storie e per il fatto che abbia dato un po' del suo tempo a me.



In fondo basta poco per sentirsi liberi, pure se l'Agro romano non è esattamente Big Sur, o le colline della San Fernando Valley.
Serve giusto un po' di benzina, una motocicletta che senti tua, e la luce del sole che danza sulle spighe di grano immaturo, mentre vai verso il mare.

E anche del succo alla pera prima di partire, aggiungerei.


Dal cuore dell'Inland Empire per ora è tutto, bimbi.
Be yourself, be Cosmic.

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Well you can tell by the way I walk I'm a woman's man, no time to talk ah no ma aspetta questa è l'altra...I'm your boogie man, boogie man, turn me ooon..