SP #11: Paolo



Paolo Cenciarelli.

Kustom Reject. Blower of Minds.


El Forastero M/C è uno degli outlaw club più famosi e prestigiosi al mondo.

Nacque all'inizio degli anni '60 nel Midwest, quando la frenesia del chopper cominciava a prendere la forma e gli eccessi poi diventati famosi e celebrati qualche anno dopo, grazie a b-movie come "Wild Angels" o "Hells Angels 69" - fonte di ispirazione ancora oggi; riviste tipo Choppers Magazine di Ed Roth o Easyriders Magazine, per dirne un paio; e ancora fatti di cronaca come il famigerato episodio di Altamont. 

Ma fra tutti, El Forastero si distingueva per la classe, l'audacia, la visionarietà dei loro mezzi; i loro chopper non solo erano costruiti per scioccare i benpensanti delle motociclette, ma anche e soprattutto per sostenere decine di migliaia di miglia ogni anno, a qualsiasi evento, per qualsiasi motivo. Non è un caso che Tom Fugle, fra i fondatori del club, sia oggi considerato una leggenda vivente, per la vita che ha vissuto e le moto che ha costruito (non ultimo il pan di qualche Born Free fa, qui sotto).



Fra le regole principali del club era inclusa questa: "to blow minds", cosa che si può malamente tradurre con "sconvolgere la mente".

Tutto questo pippotto non è solo perché ci tengo a fare il saccente (uh se ci tengo), ma perché l'espressione "mind-blown" è quella che riesce meglio a descrivere l'effetto che hanno avuto su di me certe moto o anche certe persone, quando in un modo o nell'altro abbiamo incrociato le nostre strade. 

Di tante moto che posso indicare, posso facilmente ridurne il numero a due: una, quella di ChopperSteve, l'avete già vista qua.

L'altra è il Panhead di Paolo Cenciarelli.


BOOM.

Immaginate (non ci vuole molto) di crescere in provincia: certe moto le avete visto solo nelle riviste (quando Lowride scriveva anche di moto senza batwing) o in film a bassa risoluzione su You...Tube (pensavate scrivessi YouPorn eh? Maliziosi. E comunque preferisco PornHub). E quando vi trasferite in una città più grande, e vedete una moto del genere tuonare sulla Colombo, improvvisamente diventa tutto reale.

Quindi per me, simbolicamente, fotografare questa moto è un po' come chiudere un cerchio, ed aprirne un altro. E' la motocicletta definitiva. 


Ma passiamo alle cose serie. Novembre sta passando, e dopo alcune piogge tipiche di questa stagione, torna finalmente il sole portando con sé quel primo freddo un po' umido, caratteristico di Roma. In una pigra mattinata di domenica, ci incontriamo con Paolo ed Enzino sotto al fungo dell'Eur.


Bomber Enzo ci lascia quasi subito, e Paolo ci guida ad un ottimo spot per fare due foto in relax. 

Ma prima, qualche kick ben assestato. Nonostante l'età (del Pan, non di Paolo) ed il freddo, la moto si mette in moto subito, dopo solo due bestemmie.



Prendiamo la Colombo e ci dirigiamo verso il Torrino, quartiere che zitto zitto quatto quatto ha una bella schiera di motociclette notevoli da vantare; anche grazie al fatto che è casa di una delle officine romane che più si è distinta in questo campo, ovvero Speedy Bike del grande Camomilla.


E' lì che Paolo ha realizzato il suo primo Sportster (altra moto notevole, che mi piacerebbe rintracciare), qualche anno fa.

Venduto lo Sporty, è passato ad un'altra icona dell'HD quando ha ereditato il 1340 di Sergione, suo grande amico e compagno di avventure. Poco più tardi è arrivato il turno dell'icona per definizione: il 1340 è tornato tra le mani di Sergio (ora in quelle di Enzo), e lui ne ha avuto in cambio questo clamoroso Pan. 
Originariamente costruito da una delle officine più prolifiche e capaci della nostra penisola (quella dei fratelli Gazzi ad Ardea), nella sua prima versione era parecchio diversa da com'è ora, o com'era quando a guidarla era Sergio.



Fotografo di professione, Paolo è una persona piuttosto poliedrica (allitterazione della P), eclettica e di conseguenza, sfuggente a miopi definizioni. Chi non lo è del resto? 
Si è fatto le ossa come fotografo realizzando servizi (tra gli altri, anche sulla vivace scena skater romana) e lavorando per numerosi progetti, riviste e testate parecchio importanti. Ha uno studio in zona Testaccio, diverse collaborazioni all'attivo ed un curriculum piuttosto impressionante.

Capirete dunque la mia soggezione quando gli ho chiesto di fare "due foto" alla sua moto. Tanto più che la mia fedele macchinetta scotchata e senza lente mi ha abbandonato definitivamente nei giorni scorsi, ed ho dovuto barbonare per farmene prestare una da Ste (grazie Bonzo!).


Bel posto eh? Uno di quei giardini mezzi segreti di Roma, che spesso non noti nell'andirivieni quotidiano. E' qui che Paolo ci porta, passando per una strettoia nascosta fra due filari di alberi.


Ma tornando a Paolo, la fotografia è solo una delle sue tante passioni in cui ha dimostrato un notevole talento. Con altri fanatici di moto come si deve, tra cui appunto Sergione, ha dato vita ad una delle crew più attive e riconosciute a Roma, la Barbers Crew, di cui abbiamo già parlato spesso in queste pagine. Con loro organizza serate, uscite ed anche eventi: l'InKustom, fiera di auto e moto kustom in seno alla Tattoo Convention di Roma, è nato dalla collaborazione di Barbers e Rumblers CC.



Proprio coi Rumblers Paolo ha avuto anche un'esperienza da prospect, trafila necessaria per entrare nel club a pieno titolo. Inoltre, con l'aiuto di Cosmo, Simone e gli altri ragazzi del charter, sta costruendo un Hot-Rod su base Ford Model A del '31. Dire che è allucinante è dir poco, è di più...è...è l'eventualità di un'anomalia, inesorabilmente alla ricerca di una probabilità sedulante (grottescheria? No? Allora che dite di affermazione contingente, significherà qualcosa no?). 

Ma Dio sa che la "gavetta" non è andata a buon fine, come lui stesso ci ha raccontato una sera.



Ed eccolo qua il Kustom Reject, farsi largo fra le erbacce. 





L'erba umida marcia del parchetto ci offre la prospettiva di facili derapate e schizzate di fanga sulla schiena. Come bimbo di fronte ad una piscina di pallette, Paolo apre le danze.





Prima di dire che non sembra particolarmente di traverso, sappiate che ho cannato la modalità delle foto, per cui non rende giustizia. E poi provateci voi a derapare con la frizione a pedale.





Per evitare l'inseguimento e l'assalto da parte di cani festosi improvvisamente apparsi sulla scena, ci diamo una regolata. 



Come ho detto, il ferro è cambiato parecchio da qualche tempo a questa parte. La prima volta che lo vidi fu in una fredda sera di dicembre, qualche anno fa. C'era una piccola esposizione di moto organizzata dai Barbers, il Pan era fra le moto esposte. Era ancora in una declinazione, come dire, "barocca", colpiva l'immaginazione a dir poco.


Montava ancora la forca springer, su cui svettava un tbar molto più alto di questo, arcuato e sinuoso. Il faro ovale derivava da una vecchia Pontiac, montato verticale. Gli scarichi erano lunghi e sparati alti, vicino alla ruota posteriore. Fu una visione piuttosto scioccante, per tutto il tempo che fui lì non riuscii a guardare altro. 
Ho trovato nel cellulare una foto scattata quella sera; è fatta da uno specchio, per questo è al rovescio.


Ed ora sono finalmente in grado di dirvi che c*zzo stavo guardando!
Il motore, forse il più iconico e leggendario mai prodotto dalla MoCo (almeno secondo me), deriva da un FLH del '61, il famoso Duo Glide, cilindrata 1200; è uno stroker, vale a dire che il volano (dell'economia!) è stato modificato e alleggerito per pompare i giri.
Del telaio originale nessuna traccia: quello che vedete è infatti il caratteristico wishbone, il primo ad ospitare il motore Panhead quando uscì nel '48, e predecessore dello straightleg apparso nel '55. Viene chiamato "wishbone" per la caratteristica forma del downtube di fronte al cilindro anteriore: somiglia ad un osso di pollo. 


L'anno del telaio è ignoto, ma a giudicare dagli attacchi per il sidecar (gli anelli visibili nella parte bassa del telaio) potrebbe essere un '51, afferma Paolo.


La trasmissione è originale, il ratchet top 4 marce che veniva insieme al motore. La frizione è a secco e la primaria è a cinghia BDL da 1,5", la più discreta. La leva del cambio è sormontata da una ruota per skateboard, ricordo e omaggio del passato di Paolo sulla tavola.




Il set-up è quello classico del chopper: 16" dietro e 21" davanti, anche se per questo stile un 18" dietro sarebbe più consono, precisa il nostro eroe, e renderebbe la moto ancora più spada.

Il carter e i coperchi finned provengono da un catalogo aftermarket probabilmente svedese, che rendono il powerplant ancora più brutale e barocco allo stesso tempo. Oggi ce l'ho col barocco.



Al posto della springer viene montata una più pratica forcella telescopica, con piastre strette di provenienza XL, lavorate e moldate. Scovata in uno swap-meet olandese in uno dei frequenti viaggi di Paolo, la snella forca ironhead da 35mm è stata lavorata e rasata, anche troppo: sul gambale destro si sentiva una rientranza dove l'ignoto rasatore si è probabilmente addormentato col frullino acceso. 


A completare l'avantreno ci pensa un cerchio da 21" provvisto di mozzo frenante pressoché inutile ma bellissimo, proveniente dall'ignoto catalogo di cui sopra.


Il faro è un Hassia, proveniente dallo stesso swap olandese, e a quanto risulta da una frettolosa ricerca su sfinternet, sembra equipaggiasse qualche macchina VW. Com'è come non è, ci sta benissimo.


Quasi per ischerzo, il Camo ci salda sopra un fregio da hogger, che ironicamente rende il faro ancora più cattivo.



Il manubrio artigianale ha una forma particolare: non è perfettamente in linea con il resto della forcella, viene leggermente all'indietro. Cromato e bucato per il passaggio del gas interno, ha un'unica leva, quella ipocrita del freno. Ipocrita perché in fondo è un po' come l'ONU: necessaria ma sostanzialmente inefficace.



Sul "volante" (a volte lo chiamano così) campeggiano un paio di adesivi: il primo è quello dei Barbers, dall'esoterico simbolo. L'altro è quello della festa organizzata ogni estate da Paolo e una ghenga di amici sull'altopiano del Gran Sasso, l'Old Irons (volevo andarci, ma la batteria aveva altri programmi; me li ha resi noti solo al casello dell'Aquila).

Il serbatoio è uno strepitoso Hummer, il vecchio motorino HD. Usciva in due cilindrate, 125 o 165, ed era la ragione per cui Jim aveva sempre soldi in tasca e donne ai suoi piedi (il manifesto non lo dice, ma immagino).




Fino grosso modo al '53/'54, era bitappo: uno per la benzina e l'altro per l'attacco dell'interruttore generale della moto.


Essendo un 2t, il tappo originale fungeva anche da dosatore dell'olio miscela. 


Ma il serba, oltre che per la sua linea sexy, salta all'occhio soprattutto per lo strepitoso lavoro di pinstriping fiammeggiante del Blaster, una vera leggenda del kustom, allievo di Ed Roth, facente parte dei Sinners di Svezia, verniciatore di fama mondiale, dalla caratteristica capigliatura leonina.



Guardate come le linee seguono i contorni dei tappi e del serbatoio. Tutto questo, badate, eseguito a mano libera e con una velocità ed accuratezza impressionanti.




Il faretto dietro è un Duo lamp originale, proveniente da un Ford Model A degli anni '30. A differenza delle repliche, il vetrino di questo faretto è a tutti gli effetti un vetrino, non un plastichino.


Con un sissy homemade svetta su un inossidabile e senza tempo parafango stile british (Chica se non vado errato), in ferro, l'ideale per portare qualche bborza per un viaggio.


Gli scarichi, tolti i poco pratici upswept della prima versione, sono due drag della Paughco, tagliati corti e incazzosi. 

Il serbatoio dell'olio non è il classico ferro di cavallo: non si nota molto data la verniciatura scura ma è un serbatoio a 6 facce, un pezzo alternativo che spesso si montava al posto dell'originale. Sopra vi viene piazzato un adesivo di un noto giornaletto  dedicato a ricette di risotti, Rice Magazine.  


 Ma come ho detto sono saccente e quindi preciso che il logo sull'adesivo, che risale all'incirca al 2006/2007, è stato disegnato da Harpoon (per rimanere in tema di eroi della verniciatura, e di Panhead). Questo il mezzo del verniciatore americano.



E questo l'adesivo ideato da lui per quella rivista su criceti e roditori, Mice Magazine.



I comandi centrali sono realizzati a partire da due semplici tondini in ferro, e danno quella seduta tipica a ginocchi alti dei Norcal anni '60, anche detta "knees up mother brown", come potete leggere sul motherblog italiano, qui.

Al posto del precedente carburatore SU a depressione, abbastanza affidabile ma affamato di candele, Paolo monta un italianissimo Dell'Orto da 38 con filtrino della Malossi, per nutrire il tabbozzo che c'è in noi. La resa, dice Paolo, è fin troppo migliorata: la moto è veloce e fluida, anche se per motori come questi un costant velocity rimane comunque l'ideale.



Già che c'è, il barbuto chopperista tira fuori un astuccio di strumenti (arrugginiti a causa di una birra versata in una notte di gozzoviglie), e ne approfitta per regolare l'altezza dello spillo.



Regolato per essere forse un po' grasso, lo spillo viene abbassato di una tacca. Ora la moto parte al primo kick.


Tempo e chilometri sono passati da quando ha comprato la moto dal suo amico, ma Paolo non la considera soltanto sua. "Quando la gente per strada riconosce la moto e dice che è quella di Sergio, io ne vado fiero", ammette con saggezza e orgoglio, "questa è la nostra moto".


Un'attitudine così all'amicizia e alla vita in generale è decisamente rinfrescante.
E i cambiamenti che ha portato alla moto sono in linea con la sua filosofia. Dire che motori così "anziani" e telai rigidi non sono fatti per muoversi è ai limiti della pippa mentale, a volte: chi vuole davvero andare, va; non importa il mezzo. E questa moto ne è un perfetto esempio: con Paolo in sella ha viaggiato per mezza Italia, dalla Toscana all'Emilia fino al grande Nord, ha collezionato incontri e paesaggi, storie e strade. 


L'adesivo che scintilla sul parafango è testimone proprio di questo, della sana strafottenza lanciata a chi di moto ne parla e basta. E' l'adesivo delle autostrade della Svizzera, dove Paolo è andato l'anno scorso in occasione dell'Hangar Rockin', in compagnia di un altro amico, il Ragno.



Allora in fondo, la storia del reietto del kustom, nata per scherzo, diventa una cosa con un senso: è piuttosto facile perdere di vista il vero obiettivo, e occorre tornare alle radici, alla vera sostanza dell'avere una motocicletta, di andare in moto. A forza di parlare e costruire castelli in aria, si smarrisce il senso - cosa che, mi rendo conto, scritta su un social network tipo questo suona pericolosamente ipocrita e alquanto snob. Ma dire che è così facile recuperarlo: basterebbe solo infilarsi il casco e farsi un giro in una mattina come questa. 

La felicità, questa chimera che pare irraggiungibile, a volte è più semplice e vicina di quanto pensassimo, e magari dorme dietro la serranda di un garage.


Non è un caso che Paolo tiri fuori un personaggio come Caleb Owens, uno di quei sorta di guru americani che ci limitiamo a definire "meccanici", ma la cui conoscenza di queste macchine magiche e misteriose, unita all'esperienza della strada, li porta ad essere qualcosa di più.
"Uno che arriva a dire: "Nella vita non volevo essere ricco, volevo essere felice", della vita ha capito parecchio", riflette Paolo, e non possiamo che essere d'accordo, sia con lui, sia col signor Owens.


Allora dai sorridete un po' di più, come Paolo qui sotto.
E andate in moto: le cose è vero potrebbero andar meglio, ma in fondo potrebbero anche andar peggio. Per cui nun rompete er cazzo.



E nel caso vi mancasse ispirazione, o vi state annoiando sul cesso con l'iPad in mano, guardatevi questo video, ascoltate attentamente. Magari vi verrà voglia di prendere la moto, andarvi a vedere un tramonto sul mare, e tra il lusco e il brusco farete forse due considerazioni come si deve sulla teoria del tutto. No non il film.

In ogni caso, piantatela di stalkerare quella tipa su facebook, è inquietante. E tanto non ve la dà.

    


ROMA REGNA.

✠ ✠ ✠

Chiedo scusa per la logorrea.

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