SP #24: Francesco



Francesco Pasquini.

El MAD-chico.


Sicché, si parlava di MADE.


Passa solo qualche giorno dall'incontro con Davide e la sua Yamaha che ci mettiamo in contatto con Francesco, un altro componente della meravigliosa ghenga.


Francesco è il proprietario dello Shovel fuorilegge che avevo già apprezzato la scorsa volta: la sua moto è ormai storica per un certo ambiente di Roma; la prima volta che la vidi era in un soleggiato pomeriggio di ottobre di 6-7 anni fa a Fregene, al Kustom Beach Party. Decidiamo di vederci nel tempo libero di entrambi, sempre nel loro quartier generale, ed è così che nasce un divertente martedì sera, all'insegna di motociclette, racconti, e hamburger da 230 grammi, perché la bonza vince sempre.


Al garage cominciano ad arrivare vari altri componenti del collett - "Ecco no, l'articolo su Davide ci è piaciuto molto, ma te prego nun ce chiamà collettivo che proprio è un termine che nun ce piace", mi informa Andreone ridendo mentre parliamo. Messaggio ricevuto: abiuro tutti i "collettivo" che ho usato nel precedente articolo. Se non sapete come chiamarli, chiamateli MADE, o per nome.


Chiarito questo nodo, Francesco prende a parlarmi un po' della moto, incorniciata dalla rustica scenografia del loro garage. Come si può intuire dai coperchi cesellati con grande sludo da Davide, il motore è uno Shovel del 1977, cilindrata 1200, smontato da un FX marciante, di cui Francesco mi mostra il telaio ancora intatto in un angolo dell'officina.


"La presi da Mirko di Milwaukee Iron. Originale l'avrò tenuta e guidata per un chilometro", mi rivela Francesco, "da dentro la fiera di Verona fino al furgone". Deh. E' durata molto, convengo. Il telaio originale, comunque, rimane in grandi condizioni: pur senza motore, vedere quei fat bob e quel manubrio mi fa venire in mente una fumosa mattina di ottobre a Brooklyn, e un viaggio imminente per tornare a Oakland, un bed roll legato sopra il faro, un coltello negli stivali e qualche mutanda di ricambio in una borza militare sul parafango. Divago. Ci siamo intesi.


Com'è come non è, motore e cambio 4 marce vengono estratti tramite delicata asportazione chirurgica e trapiantati in un telaio wishbone replica della Paughco, che precedentemente ospitava con lusso un Evo 1340, un'altra moto storica di Francesco. "Ho preferito il Paughco rispetto ai Santee e vari altri per una semplice ragione", mi spiega, "che Paughco li fa molto più rifiniti e simili agli originali. Evidentemente decenni di esperienza hanno pagato".


A sparar sbrenza nel motore ci pensa uno dei miei carburatori preferiti come design, ovvero l'SU monogetto, col suo fashionissimo filtro firmato. Espressioni idiote a parte, Francesco mi assicura che se ben settato è un ottimo carburatore, capace di garantire prestazioni regolari unite ad un buon consumo, indispensabile per uno come lui abituato a frequenti giri e viaggi: "in condizioni ottimali arriva anche a 22/23 km al litro. Il serbatoio tiene poco più di 6 litri, dunque posso fare 120 km in tranquillità".


L'olio sta nel più classico dei ferri di cavallo, un vecchio Ironhorse da telaio rigido, con quel suo cromo bello stagionato e più unto dei supplì del porchettaro sotto casa mia.


A coronare il look da evasione da un carcere di Tijuana ci pensano supporti a torciglione ed un Wassell replica in alluminio, con quella sua ondina così sexy.


La springer è invece una di manifattura tedesca, replica pressoché perfetta delle più antiche che equipaggiavano i Big Twin dal 1936 in poi. Qualità teutonica che per una volta si concretizza non in automobili irritanti ma in un solido pezzo de fero.


Il faro, di provenienza ignota, viene riadattato per ospitare al suo interno una lampadina H4 (la stessa bastarda che mi squagliò la plastica del faro Pontiac), per evitare di prendere quella buca staccadenti sul raccordo tornando dal Geronimo all'una di notte.


Chiude l'avantreno di giustezza un ape sparato al cielo, che con i fishtail dietro (completi di collettore simil-Panhead realizzato a mano, che passa davanti al telaio e sotto al motore) completa la più perfetta delle fatality combo del chopper: "A volte vario, cambio qualcosa qua e là", mi spiega Francesco, "ma alla fine torno sempre all'ape e fishtail. Li metto pure sulla bici", conclude ridendo. "Pure sul carrello della spesa", rincara la dose Davide, arrivato anche lui nel frattempo.


Nel frattempo il garage si riempie di persone, tutti i ragazzi di MADE si preparano alla cena per festeggiare il compleanno di Umberto, che compie gli anni proprio quel giorno.


Io però insisto con le domande, e mentre scende la sera Francesco mi svela gli ultimi dettagli della moto. Come il pomello del cambio vagamente tiki, realizzato e cesellato da Davide, altro particolare "tropicale" di questa moto decisamente esotica.



Un tema, questo "chicano", che trova però la sua massima espressione nel serbatoio, e nella sella, diventata nera dal marrone iniziale. "La sella è stato il primo pezzo che ho preso di questa moto. Si può dire che è stata sviluppata e costruita intorno a lei!". Tipo Mediolanum Banca. Più o meno. Non so dove andare con questo paragone. Potrei fare una scontatissima e triste e innecessaria battuta, su soldi che spariscono sia che li metti in banca sia che li spendi su una moto, ma è scontatissima e triste e innecessaria e sto cercando di cambiare.


Ma è indubbiamente il serbatoio che galvanizza. Su un axed da 6/7 litri bitappo ("mickey mouse"), Luca Marino, amico del gruppo e personaggio ben conosciuto nella cultura del fumetto e del disegno italiano, sparge un po' della sua negromanzia.


Direttamente da Lanciostory, il Marino ammanta il serbatoio con un particolarissimo colore che varia a seconda della luce, dal nero al viola melanzana, come si intuisce vagamente dalla foto qui sotto. Foglia d'argento circonda tutto con arzigogoli barocchi, e una massima campeggia sulla fronte: "The great American Freedom Machine".


Il colpo d'occhio è intrigante, e ha stregato parecchie persone. "Una volta non ricordo dove, Roncen lo osservò a lungo, poi si rivolse a me e mi chiese 'Chi c*zzo ti ha fatto sto colore? E' spettacolare!'".
Una reazione che fa ben capire il livello tecnico messo al servizio di questo risultato: tutto fatto a mano libera con una precisione impressionante, senza maschera né rimorsi.



Anche la scritta "El Mechico" sulla prepotentissima cinghia scoperta, ultimo omaggio alla chicanerìa che percorre la motocicletta, è realizzata da Luca Marino.



Insomma tanta storia e tanto talento sono stati spesi su questa moto, che ormai gira per Roma e per l'Italia da parecchi anni, e ha avuto modo di collezionare una marea di avventure - e qualche disavventura. "Ci ho messo un po' a trovare la pace dei sensi col motore", racconta Francesco, "innanzitutto è un quattro candele, usato con solo due: quando ho trovato il giusto equilibrio, mi è sembrato poco necessario stravolgere di nuovo tutto quanto per farlo andare bene con quattro".



E le tribolazioni non si sono limitate alle candele. "Vedi il basamento con il coperchietto Moon?", prosegue, "non è il suo originale. Quello originale (che mi fa vedere appeso al muro, con qualche crepa di troppo, ndr) si ruppe in autostrada al suo primo viaggio, tornando da Jesolo...dov'eravamo più?", chiede ad Andrea. "A Scandicci, dove stava il Mostro, meno male che già l'avevano preso", risponde ridendo l'amico.



Da quel momento è cominciato qualche problema, dovuto anche alla voglia di sperimentare e alla goliardia dei ragazzi: "Dopo aver rifatto il motore, ho voluto metterci una centralina dell'Evo", ride Francesco, "andava veramente come una bomba. E' durata due chilometri, dopodiché è esplosa la testa davanti!".



"Ma a casa ci sono sempre tornato, è incredibile, anche ad un cilindro, senza olio, le gomme bucate", conclude Francesco con una carezza al serbatoio, "adesso ho anche trovato la quadratura del cerchio con la fasatura, modificando il piattello, e gira una meraviglia". Basta vedere queste foto, opera proprio di Francesco alla loro ultima uscita al Lago del Salto, per capire di che parliamo: qualche rottura, sì, ma falò, paesaggi, sole e amici sono il meraviglioso rovescio della medaglia.







E i ricordi collezionati insieme a questi contrattempi sono impagabili, per una moto che di riconoscimenti e chilometri ne ha ormai parecchi da vantare. "Abbiamo girato un sacco in gruppo, Jesolo, Rivanazzano all'Hills Race, l'Old Irons sul Gran Sasso...a Jesolo vincemmo anche un trofeo, ma eravamo troppo 'mbriachi e non salimmo mai a ritirarlo!". Scoppiamo tutti a ridere: "Sì, era notte fonda e continuavo a vedere sto numero che mi chiamava e dicevo, 'Ma chi è che chiama?'..il giorno dopo scoprimmo che era la giuria".
Che grandezza.


A coronamento di tutto, manca solo di sentirla accesa. Un rapido calcio alla pedalina, e lo Shovel ruggisce tra i legni e i cimeli dell'officina. Piano piano prende il minimo, e il motore si assesta su un cantilenante ed esotico motivo, che promette scorribande notturne, corse lunghe fra palme e foreste, shot di tequila e tramonti tropicali.



S'è fatta na certa. A piedi raggiungiamo l'american diner che sta nel piccolo quartiere, e finalmente possono partire frizzi e lazzi per la festa di Umberto, innaffiati da nachos radioattivi, panini a due piani, birra gelata e, soprattutto, benessere.



Let me tell ya, i MADE non saranno un collettivo ma sicuramente sanno come divertirsi, condendo il tutto con simpatia, salsa BBQ e motociclette terrificanti. Al momento di andarmene ringrazio e saluto tutti i ragazzi per la bella serata, e ricambiano con un adesivo ed una spilletta. Mi butto sull'Aurelia, che non sarà la PCH a notte fonda; ma spuntando dietro al Vaticano illuminato, non posso fare a meno, per l'ennesima volta, di essere riconoscente per le belle storie e belle persone che ho conosciuto. E di aver imparato una solida lezione: lo spessimetro sempre da 0,40, e passa la paura.
Come for a good time, or stay home.


✠ ✠ ✠

Questa moto mi ricorda questi: tra i primi lavori di Dave Mann, per la serie di poster di Ed Roth, 1966.

Tijuana Jailbreak. A quanto pare il drago a petto nudo su quel bomba-Pan arancione era Moose degli Hangmen MC.



Tecote Run.


A proposito di un'evasione da un carcere di Tijuana: nel libro "Halfway to Berdoo", viene raccontata una storia riguardante uno dei Galloping Goose MC, tal Jimmy Goff, "an old dirty hype".
A quanto pare all'inizio degli anni '60 convinse i compagni di club a scendere in spedizione a Tijuana, 30 o 40 moto, per liberare un loro compagno dalle celle della polizia. Parcheggiarono di fronte alla prigione, e uno del club di nome Timber, 24 anni, andò a negoziare con lo sceriffo, tra due ali di vice armati di fucili.
La storia non scende in ulteriori dettagli su cosa si dissero, ma i Galloping Goose tornarono a casa col loro amico, cui fu dato l'appropriato nome di "Mexican" Ed.

Altra epoca sicuramente, ma mai sottovalutare il potere di un chopper.